AVVERTIMENTO
Premesso all'edizione del 1871
In questa seconda Edizione abbiamo aggiunto buon numero di proverbi nuovi
i quali sommano circa a due migliaia: la maggior parte vennero a noi dalla
gentilezza del signor Aurelio Gotti, il quale ci diede facoltà di
usare a volontà nostra la Raccolta da lui pubblicata sotto il nome
di Aggiunta a quelli del Giusti, l'anno 1855. Egli pertanto scriveva
nell'Avvertimento di quella: <<Speriamo che presto queste due Raccolte
si vedano unite, e in un solo volume abbia la Toscana queste preziose gemme
della sua lingua, e questi documenti della sapienza del suo popolo.>> Il
voto del Gotti è dunque oggi adempiuto quanto è da noi. Peraltro
la composizione così della prima come anche di questa seconda Edizione
faticosamente messa insieme da più libri, si deve ad Alessandro
Carraresi che a ciò prestava la sua intelligente accuratezza. Al
Tommaséo, di tante cose benemerito, dobbiamo pure il dono di alcuni
proverbi. Altri ne andò di poi spigolando il medesimo Carraresi
(quelli però che avevano forma più toscana) da libri a stampa,
o più tardi pubblicati o giunti più tardi a sua notizia,
e sono i seguenti:
-
Raccolta di Proverbi Spagnuoli, Francesi e Italiani (ma in dialetto
Veneto) di Herman Nuñez Professore di Rettorica e di Greco in Salamanca,
dedicati al signor Don Luigi Hurtado di Mendoza, marchese di Mondejar,
presidente del Consiglio delle Indie, stampati a Salamanca nell'anno 1555,
in casa di Giovan de Canova.
-
Lena Francesco, Lucca, 1674 e Bologna, 1694.
-
Coletti e Fanzago, Proverbi Agricoli, Meteorologici e Igienici,
1855.
-
Pasqualigo Cristoforo, Venezia, 1858, Vol. III.
-
Castagna Niccola, Napoli, 1868, seconda Edizione.
GINO CAPPONI
PREFAZIONE DELL'AUTORE
Mio caro Francioni.[1]
Ecco i Proverbi dei quali t'ho parlato le mille volte raccolti dalla
voce del popolo e messi insieme là là quasi via facendo,
per istudio di lingua viva. Sai che ti sono tenuto dell'amore che ho per
gli studi, perché di tanti maestri avuti da piccolo e da grande,
tu solo colla tua amorevolezza mi facesti gustare il piacere dell'essere
ammaestrato. Lascia dunque che m'appaghi del bisogno che ho da molti anni
di darti pubblicamente un segno d'affetto e di gratitudine: e accetta questo
libercolo che non è indegno di te per la materia che contiene e
perché t'è offerto di cuore.
Per proverbio intendo quel dettato che chiude una sentenza, un
precetto, un avvertimento qualunque, ed escludo da questa raccolta certi
altri detti come sarebbero--Conoscere i polli--Metter il becco in molle--Scorgere
il pelo nell'ovo--Stringere i panni addosso-- questi e altri diecimila
che si dicono proverbi e che i raccoglitori registrano per proverbi,[2]
mi pare a tutto rigore che debbano chiamarsi o modi di dire o modi proverbiali.
E dall'altro canto molti di questi modi e' mi sanno un po' troppo di municipio,
e abbisognano per conseguenza di continue spiegazioni, di commenti continui,
l'obbligo de' quali passa poi negli scrittori che fanno uso e abuso di
quei modi a grave scapito dell'intendere alla prima, che orna e raccomanda
tanto ogni sorta di componimento. È vero che dì oggi dì
domani, oramai anco una buona parte di questi modi è intesa da tutti,
e si hanno come gemme che sparse qua e là con arte e con parsimonia
fanno spiccare maggiormente il lavoro dello stile e della lingua: ma come
vuoi che passino per cosa chiara e giudicata nel patrimonio comune--Darsi
gli impacci del Rosso--Far gli avanzi di Berta Ciriegia--Così non
canta Giorgio--Calare al paretaio del Nemi ecc. ecc.--e simili? Modi
che rimarranno più o meno nel peculio speciale di questo paese e
di quello, e che saranno sempre la pietra dello scandalo per coloro che
non essendo di quel dato luogo o non gli intendono, o se gli intendono
gli ficcano a sproposito quando si fanno a usarli; e poi se li riprendi,
ti si scatenano contro, come si scatenano addosso al Malmantile. Finalmente,
questi modi sono tanti e poi tanti, che il volerli raccapezzare tutti,
e distinguere quelli da mettere in corso e quelli da dargli il riposo per
sempre nel museo delle voci fossili, sarebbe opera faticosa, tediosa e
interminabile. Per abbreviare il cammino e per fare un fatto e due servizi,
cioè giovare alla lingua e all'uomo, ho creduto bene di tenermi
alle sole sentenze.
Difatto troverai qui, oltre un tesoro di lingua viva e schiettissima,
una raccolta d'utili insegnamenti a portata di tutti, anzi un manuale di
prudenza pratica per molti e molti casi che riguardano la vita pubblica
e privata. La cura della famiglia, quella della persona, l'agricoltura,
l'industria e persino la cucina, hanno di che giovarsi in questo libretto;
e non credo di spingere la cosa tropp'oltre se dico che tutti potranno
spigolarvi, cominciando da chi fa i lunari, fino a quello che architetta
sistemi di filosofia. Mi rammento che Bacone, in una delle sue opere, consiglia
i proverbi meditandoli e commentandoli; e presi quelli di Salomone, ti
dà un saggio del modo tenendi. E veramente questo dei proverbi è
cibo da far pro a tutti gli stomachi; è la vera facile sapienza,
ignota a certi cervelli aerostatici, che te ne vociferano una tutta loro
con tant'aria di mistero in tanto fogliame di frasi. Costoro presumono
condurti per labirinti alla conoscenza del bene, e spargono per la via
aperta e dilettosa del sapere le tenebre e le spine che hanno nella testa.
Chi ebbe potenza e amore d'illuminare le moltitudini non fece così:
non coniò un nuovo gergo furbesco, una nuova lingua bara e jonadattica
per la morale filosofia, ma palesò il vero schietto di forme quale
è di sostanza; lo palesò come l'aveva nel cuore. Tutti nasciamo
bisognosi di attingere alle sue fonti soavi: e perché tenere addietro
i brocchetti di terra cotta? Bella cosa avvolgersi le tempie superbe d'una
cecità di tenebre, e farla da apostolo delle genti e gridare a chi
non intende:--La colpa è vostra, noi veggiamo le cose dall'alto--quasi
fosse questa una ragione per vederle confuse. E poi se ci tengono per fanciulli,
perché non ci affettano il pane della sapienza? Tanto più
quando hanno in bocca sempre amore e carità ecc. Paolo diceva ai
Corinti: <<A voi, siccome a parvoli di Cristo, ho dato latte in
luogo di vivanda>> e Gregorio nei Libri Morali: <<Dee il predicatore
imporre limiti a sé stesso e condiscendere all'infermità
di chi l'ascolta, acciocché parlando alla gente minuta di
cose alte e al disopra della loro intelligenza, non gli avvenga di poner
cura più a far mostra di sé che a giovare altrui>>. Chi
non ha l'idee chiare, e ambisce al titolo di chiarissimo, fa come la seppia,
schizza versi e periodi color tetro e ci si nasconde. Sono in gran voga
gli studi morali, e di morale e di religione solamente si parla e se ne
fa rumore come le bigotte dell'onestà massime quando l'hanno perduta.
Almeno se ne predicasse e se ne scrivesse in modo da far dire: eh! per
parlare ne parlano a garbo, e se non l'hanno nel cuore loro, spianano la
via per poterla conseguire. Nulla di più facile che ingannare per
viluppi di parole il minuto popolo e la moltitudine non dotta; la quale
meno intende, più si meraviglia.--Ma che serve pigliarla sul serio?
È meglio che anco lo sdegno parli volgare. Leggerai detti ora burleschi,
ora tremendi e anco tali da farti ribrezzo, e da porti in dubbio che siano
frutto d'una severa esperienza che abbia voluto fare accorti gli uomini
della loro indole non sempre buona o piuttosto velenose punture della malignità,
mossa dai suoi fini torti a deridere e a calunniare l'umana natura. Tu,
uomo di cuore, come udirai senza fremere:--Non far mai bene, non avrai
mai male--Il primo prossimo è se stesso--Parla all'amico come se
avesse a doventar nemico--Chi lavora fa la gobba, chi ruba fa la robba?
--Pure, amico mio, vedi e considera: non ti dico altro perché ho
a schifo d'entrare anch'io nel branco dei disperati e degli sgomentatori
che gridano sperpetue come porta l'uso e la noia. L'uomo certamente non
è quale lo vorrebbero i buoni che l'amano, o quale predicano che
dovrebb'essere certuni i quali mossi da tenebrosa perfidia o da buona volontà,
ma incapace di farti progredire d'un passo, ti stroppiano sotto colore
di volerti accomodare. Ed è vero verissimo (lascia belare in contrario
certi beati innocenti) che dovendo vivere nel mondo, è bene sapere
che a volte l'abbiamo a fare co' furbi e co' bricconi che ci giuocano e
ci mercanteggiano come animali da pelare e da scorticare: per uno o due
di costoro che ti s'avvolga tra i piedi, non metterai tutti nel mazzo,
né camminerai meno spedito. Se lungo la via ti s'attraversa una
spina, accuserai della puntura i fiori che ti sorridono d'intorno? Calpestala
e prosegui. E poi a ognuno di questi proverbi eccotene un altro in contrario--Mal
non fare, paura non avere--Bisogna fare a giova giova--Chi ha arte ha parte--quasi
che la prudenza medesima ti dicesse; eccoti dal lato manco uno scudo che
ti difenda da' malvagi; dal destro un lume che ti scorga co' buoni per
la via della virtù.
Valendomi delle raccolte edite e inedite fatte sino a qui e delle
quali mi sono stati cortesi Gino Capponi, Pietro Bigazzi, Cesare Pucci
ed altri, ho trovato parecchie di queste sentenze ma quasi sempre smarrite
in un mare magno di quei modi di dire che t'ho accennati di sopra. Oltr'a
questo, per quel po' di sentore che posso avere io di queste cose, mi pare
che quei raccoglitori prendessero i proverbi piuttosto dai libri che dal
popolo; ovvero, parendo loro che il modo popolare desse nel triviale, e'
gli ritoccavano e davano la vernice non dico a tutti ma alla maggior parte.
Difatto ho dovuto rettificarne molti rimettendo le grazie spontanee dell'uso
nel posto usurpato dalle frasi dell'arte e questa è stata forse
non dirò la fatica ma la noia maggiore Te ne darò uno o due
per saggio, e il resto lo vedrai da te. Trovo scritto:--Se vuoi viver
sano e lesto, fatti vecchio un poco presto, e sento dire--Se vuoi
viver sano e lesto, fatti vecchio un po' più presto--la differenza
è piccola, ma un poco presto è troppo indefinito e
non viene a designare così esattamente il tempo del farsi vecchio,
come se dirai un po' più presto, cioè qualche anno
prima di quello che non potrebbe l'età. Le raccolte segnano: --Non
è mai gagliardia che non abbia un ramo di pazzia--e la gente--Non
è mai gran gagliardia, senza un ramo di pazzia--e qui la diversità
non serve notarla che dà nell'occhio da sé. I compilatori
registrarono:--Non è alteratezza all'alterezza eguale--d'uomo
basso e vil che in alto stato sale--mentre si dice comunemente --Non
è superbia alla superbia eguale--d'uomo basso e vil che in
alto stato sale--e mi suona più esatto, perché alterezza
è
qualcosa di più dignitoso che superbia. I libri portano:--Fra
gente sospettosa non è buon conversare--e l'uso --Tra gente
sospettosa conversare è mala cosa--Nella chiesa co' santi ed in
taverna co' ghiottoni--e si dice:--In chiesa co' santi, all'osteria
co' ghiotti.--Piccole differenze; ma osservabili per lo studio della
lingua, per la facilitazione della pronuncia, e per quel non so che di
franco e di brioso che è dote speciale del parlare e dello scrivere
alla casalinga. Apri gli scrittori e vedrai che quando la misura del proverbio
non istà a capello a quella del verso o non fa al suono e alle altre
ragioni del periodo, te l'accomodano e spesso te lo stiracchiano sul letto
della rima e su quello della prosa. Prendendo i poeti e tra i poeti i migliori,
trovi nell'lnferno:
Che saetta previsa vien più lenta;
e nel Petrarca:
Che piaga antiveduta assai men duole:
belli senza dubbio, anzi mirabili, ma il proverbio abbraccia più
largamente e dice: Cosa prevista, mezza provvista.--Il Forteguerri
finisce così un'ottava di Ricciardetto:
Che chi aggiunge sapere, aggiunge affanno,
E men si dolgon quelli che men sanno:
e il popolo: Chi aggiunge sapere, aggiunge dolere; chi men sa men si
duole. --Vedi quanto è più rapida e direi più
acuta l'espressione popolare, più atta per conseguenza a imprimersi
nella memoria. Di questi esempi, o per meglio dire di questi confronti,
potrei fartene una filastrocca lunga un miglio, ma a che pro? Per mostrare
d'aver scartabellate delle pagine e scarabocchiata della carta? Ti basti
che dal vero proverbio a quelle sentenze, o a quelle arguzie che vi sono
state lucidate sopra, ci corre novantanove per cento, quanto dalla lingua
scritta alla lingua parlata; quella più corretta se vuoi, questa
certamente più spontanea, più viva, più efficace.
E poi come ti diceva e come sai meglio di me, i proverbi sono stati coniati
alla guisa e all'uso del discorso famigliare, e volendo servirsene a ogni
giorno, per non cadere in dissonanze o in affettazioni insoffribili è
necessario ritenerli nella loro espressione primitiva e legittima. Discorso
facendo o scrivendo lettere, commedie, saggi, o che so io, e scrivendoli
alla buona come dovremmo fare un tantino di più; tu non diresti
col Pulci:
Che quel ch'è destinato tor non puossi;
ma come dicono tutti--A quel che vien dal cielo non c'è riparo--né
diresti col divino Ariosto:
A trovar si vanno,
Gli uomini spesso, e i monti fermi stanno;
ma piuttosto colla lavandaia:--I monti stan fermi e le persone camminano.--Ho
avuto in mira di notare i proverbi come si dicono a veglia, o, per dirla
in gergo dissertatorio, di restituirli alla pristina forma popolare alterata
e spesso corrotta dagli scrittori. Avverti però che molti di questi
proverbi, non tutti gli dicono a un modo e colle stessissime parole; anzi
variano assai o nel più o nel meno da persona a persona, da paese
a paese. Sono stato in dubbio di notare tutte le maniere di dirli, poi
mi son risoluto di porne solamente alcune, e per me tenermi sempre a quella
che mi pareva la più vera, la più usitata, lasciami dire
la più domestica, prendendo per norma la vivacità e la concisione,
che mi paiono i segni certi della legittimità. Spero che di questa
diligenza me ne sapranno grado almeno quei pochi che hanno fede anco nei
vocaboli e nei modi non ancora battezzati nell'inchiostro; e con questi
entro di balla e pecco allegramente, devoto più all'uso che ai trattati
del bello scrivere, e i linguaj me lo perdonino, seppure il nipote non
ha da comandare al nonno. E per istare in chiave, dando all'orecchio la
parte sua e slargando anco il cerchio dell'ortografia, ho scritto obbedire
e
ubbidire, legne e legna, non v'è , non c'è
e non
è, estate e state, verno e inverno, danari
e denari,
molino e mulino, ruota e rota, uomo e
omo, uovo e
ovo,
diventare e doventare, e così via discorrendo. Se ho
fatto bene o se ho fatto male, i lambiccatori lo diranno, ché io
per me non sono gran cosa forte nella chimica applicata alla lingua e son
tentato a stimar beati coloro che scrivevano come sentivan dire, perché
dacché si copia come si legge non abbiamo fatto di grandi avanzi.
E questo non per amore di licenza, ma perché ho veduto anch'io quanto
giovi all'armonia l'aggiungere o il togliere una lettera, o il sostituirne
una ad un'altra, purché sia fatto a tempo e quel che conta senza
affettata disinvoltura. Ma tornando in chiave mi pare che i due giudici
competenti d'ogni scrittura sieno l'occhio e l'orecchio; e quando non s'ascoltano
insieme, si corre risico che l'uno corrompa le ragioni dell'altro: però
è sempre bene leggere a voce alta le cose scritte e ritoccare i
discorsi improvvisati. Perché vi sono taluni che per aver fatto
gran filza di vocaboli e di modi scrivono di vantaggio, e si danno l'aria
di passeggiare sulle difficoltà della lingua come ballerini di corda,
ma a chi non ha l'orecchio intasato, e' paiono servitori di piazza che
s'impancano a ciangottare francese e inglese a tutto pasto, compensando
i continui sfarfalloni coll'affettare l'erre
gutturale o col tenere
la lingua attaccata al palato.
Tu nota intanto i così detti pleonasmi che messi con garbo
e usati parcamente, a noi un po' andanti in fatto di grammatica paiono
elegantissime negligenze:--Dov'è il Papa ivi è Roma,--Dove
manca l'inganno ivi finisce il danno--e gli idiotismi in grazia della
pronunzia:--La peggio ruota è quella che cigola, perché
dicendo peggior ruota, se tra una parola e l'altra (che riesce incomodo
e sgradito) non fai uno stacco, quelle due erri t'intronano e quasi
t'avviluppano la lingua. E le trasposizioni messe o per allettare l'udito
dando alle parole un suono che s'avvicini a quello del verso, o per tener
desta l'attenzione invertendo l'ordine del discorso e quasi facendola cascar
d'alto:--Dove bisognan rimedi il sospirar non vale. Nota i ravvicinamenti
e i paragoni ora scherzosi e bizzarri come:--Frate sfratato e cavol
riscaldato non fu mai buono--Predica e popone vuol la sua stagione;--ora
seri e profondi come:--Gli errori dei medici son ricoperti dalla
terra, quelli dei ricchi dai denari-- La buona fama è come il cipresso--La
coscienza è come il solletico.--Nota i versi e le rime false
come nei canti popolari:--Dove può andar carro non vada
cavallo--Chi nel fango casca, quanto più si dimena e più
s'imbratta--Chi cavalca alla china, o non è sua la bestia o non
la stima.--Nota quelli che in poche parole contengono un Apologo:--La
gatta frettolosa fece i gattini ciechi--La superbia andò a cavallo
e tornò a piedi--Il leone ebbe bisogno del topo-- La botta che non
chiese non ebbe coda;--Nota le parole accozzate insieme, e, se m'è
lecito dirlo, personificate:-- Com'uno piglia moglie egli entra nel
pensatoio--La morte è di casa Nonsisà --Fidati era un buon
uomo, Nontifidare era meglio.--Infine nota i verbi nuovi che hanno
aria d'essere stati trovati lì per lì a risparmio di lunghe
parole, come indentare per mettere i denti, sparentare per
togliere, morendo, la paternità, o per uscir di parentela:--Chi
presto indenta presto sparenta;--istrumentare porre in pubblica scrittura:--Chi
ben istrumenta ben dorme;--invitire per coltivare a viti. E poi tacciamo
Dante di strano e di bizzarro, perché quando gli tornava meglio
(dicono) inventava i verbi di sana pianta. --
Dislagarsi, elevarsi dal lago:
Che verso il ciel più alto si dislaga:
Intuarsi, entrare nell'animo tuo:
S'io m'intuassi come tu ti immii:
Mirrare, aspergere di mirra:
Ebber la fama che volentier mirro:
Dismalare, levare il peccato d'addosso:
Lo monte che salendo altrui dismala.
Questi non erano licenze sue né d'altri che hanno fatto altrettanto,
ma usi nostri, usi d'un popolo padrone della propria lingua, che la maneggiava
a modo suo senza paura dei Grammatici. Questi presero a comandare a bacchetta
in un tempo nel quale e il pensiero e l'atto e la parola piegavano sotto
l'autorità (al vedere, le servitù piovono tutte a un tratto);
imposero leggi e confini alla lingua senza conoscerla tutta quanta; turati
gli orecchi alla voce del popolo che gliela parlava schietta e viva, s'abbandonarono
a un gran scartabellare di scritture per trarne tante filze più
o meno lunghe di vocaboli, quante sono le lettere dell'alfabeto. Poi chiuso
il libro, gridarono come Pilato: quel ch'è scritto è scritto;
ma il popolo seguitò a parlare com'era solito. Di qui la funesta
divisione di lingua dotta o lingua usuale; in famiglia si parlò
a un modo, a tavolino si scrisse in un altro. Contro certi modi intesi
da tutti, ma non usati dagli scrittori s'incominciò a gridare basso,
triviale e disadorno, e apparve la levigatezza; ma l'evidenza, la proprietà
e l'efficacia se n'andarono. Per un lei o per un lui nel
caso retto, e per simili buffonate, da questi scomunicati non fu ammesso
il Machiavelli alla comunione dei testi di lingua. Ma che vuol dire che
tra le scritture s'è fatto sempre più caso di quelle poche
venute da certi bravi ignoranti, come la Vita di Benvenuto Cellini ecc.?
Chi è che vorrebbe le latinerie del Bembo, piuttostoché le
fiorentinerie del Vasari, o quel perpetuo dir le cose in due o in tre modi
di Benedetto Varchi invece della facile andatura del Segni? Dicono: <<la
nostra lingua pecca nell'umile e nel discinto (e qui vanno a pescare il
tempo della nascita e d'onde le venne questo peccato originale), e' bisogna
rialzarla e vedere di tenerla più serrata cogli aiuti della latina
che le fu mamma e nutrice>>. La lingua latina ha il piglio imperioso dei
signori del mondo; noi non siamo domini neppure in casa nostra; eh via,
scimmie, lasciate andare: perché non potete parlare da padrone,
volete parlare da servi? Chi corrompe la lingua corrompe il popolo che
la parla, e la corruttela viene dalla licenza come dalla servirtù.
A volte questi libri latinanti mi si personificano, e gli vedo colle spalle
nella pretesta, e colle gambe nelle brache: meglio vestire de' nostri cenci
da capo a piede, e siano pure di panno fatto in casa. Fin qui si scrisse
come si parlava, da qui avanti si scriverà come scrisse chi arrivò
prima di noi.
E già che ci siamo, vedi la ricchezza della lingua e la
prontezza, il brio, l'ubertà dell'ingegno popolare: vedi in quanti
modi si dice e si rivolta una stessa sentenza, con quanti strali puoi ferire
ad un segno, e per quante vie condurre o esser condotto a un punto medesimo.
Vuoi riprendere un presuntuoso esprimendo la differenza che passa dal concepire
o progettare una cosa, all'eseguirla?--Dal detto al fatto c'è
un gran tratto--Altro è dire, altro è fare--Il dire è
una cosa, il fare un'altra--I fatti son maschi e le parole femmine.-- Vuoi
fare avvertito l'amico di tener l'occhio alla penna in un acquisto, in
una contrattazione qualunque?--A chi compra non bastan cent'occhi e
a chi vende ne basta un solo--A buona derrata pensaci--Da' gran partiti
pàrtiti--La buona derrata cava l'occhio al villano--Sotto il buon
prezzo ci cova la frode--Vuoi consigliare alcuno d'andare avvisato
di non precipitare troppo le cose, d'aspettar favore dall'occasione?--Chi
va piano va sano--Adagio a' ma' passi--Col tempo e colla paglia si maturan
le sorbe-- Roma non fu fatta in un giorno--Dài tempo al tempo--Il
tempo viene per chi lo sa aspettare.--Vuoi mordere questa moda dei
frontespizi strambi e da cavadenti; la boria, la petulanza del ragazzino
enciclopedico; la vernice in generale dei libri, dei modi, degli abiti
e delle parole?--Il buon vino non ha bisogno di frasca--Ai segni si
conoscono le balle-- Una rondine non fa primavera--Chi si loda s'imbroda.--
Vuoi
raccomandare la prudenza, il segreto, il parlare tardo e grave, proprio
dei savi?--Al prudente non bisogna consiglio-- Temperanza t'affreni
e prudenza ti meni--A chi parla poco, basta la metà del cervello--Apri
bocca e fa ch'io ti conosca--Al canto l'uccello, al parlare il cervello--Al
savio poche parole bastano--Bocca chiusa e occhio aperto non fe mai nessun
deserto--Un bel tacere non fu mai scritto-- Assai sa chi non sa, se tacer
sa--In bocca chiusa non c'entra mosche--Tutte le parole non voglion risposta--Il
tacere adorna l'uomo.--Vuoi ammonire taluno di non abbandonarsi troppo
al favore della fortuna, credendo sé al bene del momento, quasi
fosse caparra di perpetua felicità?--Fino alla morte non si sa
la sorte--Alla fin del salmo si canta il Gloria--Chi è ritto
può cadere --Chi è in alto non pensa mai di cadere--Finché
uno ha denti in bocca, non sa quel che gli tocca.--Raccomandare l'economia,
il risparmio, la sobrietà, il pensiero del poi?--Chi la misura
la dura--Bisogna far la spesa secondo l'entrata--Chi ha poco spenda meno--
Grassa cucina, magro testamento--Pranzo di parata, vedi grandinata--Chi
ha poco panno, porti il vestito corto-- N'ammazza più la gola che
la spada--Impara l'arte e mettila da parte.--Ammonire di cogliere il
destro, di star vigilante?--Ogni lasciata è persa--Chi ha tempo,
non aspetti tempo--Una volta passa il lupo--Chi cerca trova, e chi dorme
si sogna--Chi dorme non piglia pesci--Esprimere l'amore della famiglia,
della casa, del proprio paese?--A ogni uccello suo nido è bello--Ogni
uccello fa festa al suo nido--Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia,
tu mi sembri una badia.-- E questi due tenerissimi: Casa mia, mamma
mia-- Legami mani e piei. e gettami tra' miei--Consigliare la carità,
l'amore, l'aiutarsi scambievole?--Una mano lava l'altra--Del servir
non si pente--Chi beneficio fa, beneficio aspetti--Chi altri tribola sé
non posa--Bisogna che il savio porti il pazzo in ispalla--Esortare
a non avvilirsi, a non vendersi?--Chi prende, si vende--Chi non vuol
piedi sul collo, non s'inchini--Per tutto nasce il sole --Bocca
unta non può dir di no--Ma basti così, ché altrimenti
non si finirebbe mai. Ecco quanta luce deriva e si spande dal sapere di
molte generazioni riunito in un sommario di formule brevi e schiette e
sugose, e come nei figli passa di mano in mano sempre intera e fruttifera
l'eredità del senno e dell'esperienza dei padri.
Oh! qui non ti farò malinconiche interiezioni sulle cure,
sulle fatiche e sulle vigilie spese in questo lavoro: anzi ti dirò
schiettamente che avendo cominciato da lungo tempo a notare giorno per
giorno tutti i proverbi che mi capitavano alI'orecchio conversando colle
persone del popolo e specialmente coi campagnoli, mi son trovato fatto
il lavoro quasi senza accorgermene, e adesso non lo do per una gran bella
cosa, ma per quello che è. E bada qui a una cosa singolarissima.
Questi proverbi sono oramai tanto comuni e tanto immedesimati colla lingua,
che udirai mille volte a mezzo il discorso: <<dirò come
diceva quello.... c'entra il proverbio>> e senza dire altro, proseguire;
e quella reticenza supporre un detto conosciuto da tutti, e però
superfluo a ripetersi. Che se poi gli dicono; o gli dicono a mezzo, ovvero
macchinalmente come le frasi più usitate, come direbbero: buon
giorno o buona sera ecc. Ho domandato mille volte alla gente
idiota cosa significasse un tal proverbio, e così staccato, non
me l'hanno saputo dire; ma appena ho chiesto a che proposito lo dicessero,
me n'hanno resa subito perfetta ragione; per la qual cosa si può
dire che versano dalle labbra una sapienza che non sanno di possedere,
come uno si dà a un lavoro, a una fatica, senza avvertire la capacità
delle proprie braccia. Una sera a Firenze, in una delle poche case, a grave
danno del Faraone tuttavia rallegrate da quella gaia ma ora inelegantissima
anticaglia dei giochi di pegno, mi trovai al gioco dei Proverbi che si
fa mettendosi tutti in un cerchio donne e uomini, e buttandosi uno coll'altro
un fazzoletto colla canzoncina <<Uccellin volò volò,
su di me non si posò, si posò sul tale e disse....>> qui
tirano il fazzoletto sulle ginocchia della persona nominata e dicono un
proverbio; e bisogna dirlo presto, e che non sia detto avanti da nessuno,
altrimenti si mette pegno. Io che son nato in provincia e son sempre malato
grazie a Dio delle prime impressioni, udendo quel diluvio di proverbi,
e con quanta prontezza quelle fanciulle vispe e argute trovavano il modo
di punzecchiarsi tra loro, di burlare gli innamorati, di canzonare i grulli
e di mettere in ridicolo la cuffia di questa e la parrucca di quello, confesso
il vero che c'ebbi un gusto matto, e posso dire che fino d'allora mi detti
a questa raccolta, perché tornato a casa segnai tutti i proverbi
che mi ricorsero alla memoria.
Volevo fare giù giù proverbio per proverbio un breve
commento riportando fatterelli, citando passi d'autori che facessero al
caso, e avevo già dato mano, ma me n'uscì presto la voglia,
e mi limitai a poche e necessarie osservazioni, un po' per infingardia,
e un po' perché parendomi che la maggior parte di questi proverbi
si spiegasse meglio da sé, non volli profittare del diritto che
s'arrogano i commentatori, di spiegare le cose per paura che sieno intese
alla prima. E poi vedi bene che sono in età da aver bisogno d'imparare,
e a fare il savio o l'erudito, o non ci avrei la gamba o rischierei di
dare un tuffo nel pedante e nel ciarlatano. Finalmente ti confesso alla
bella libera che mi ritenne più di tutto il timore d'entrare in
chiacchiere co' sapientucci e co' parolai, ciurma gretta, fastidiosa e
stizzosa quanto Dio vuole. Paghiamo al nostro paese ognuno il suo tributo,
chi d'oro e di gemme, e chi in moneta d'argento o di rame secondo la sua
possibilità. E poi beato quello a cui riesce vivere e morire lontano
da ogni gara, da ogni presunzione, e scrivacchiare di quando in quando
come gli detta l'animo, senza aggiunger legne al grande incendio del pettegolezzo
letterario che riarde ogni giorno a danno del decoro e del vero. In questo
universale palleggio di lodi e di vituperii, all'uomo onesto fa stomaco
di stare a vedere chi gioca, non che d'entrare nella partita. Ecco la materia
quasi greggia; altri più forte e più coraggioso di me ci
metta le mani e ne faccia la pasta che vuole.
Chi sa quante centinaia di proverbi girano tuttora inavvertiti per la
bocca del popolo? La nostra lingua n'è tanto ricca, che tutti quelli
che da buoni e onesti paesani non si vergognano di saperla parlare, non
riescono a dire tre parole senza incastrarci un proverbio. Io di certo
non ho potuto raccoglierli tutti, perché è quasi impossibile
che uno solo possa trovarsi a udirli quanti sono; e forse chi sa che a
farlo apposta non mi siano sfuggiti i più usuali, cosa facilissima
per chi gli ha familiari, come è facile far la testa al gioco che
si gioca più spesso, balbettare nelle orazioni che si ripetono mattina
e sera, o dimenticarsi in un invito appunto l'amico che vediamo ogni giorno.
Ho fatto ciò che ho potuto e continuerò in questo lavoro
per tutta la vita, pregando di fare altrettanto te e tutti quelli che amano
la nostra lingua, e il senno da spendersi via via per i minuti bisogni.
Da tante mani mosse d'amore e d'accordo a un'opera stessa riuscirebbe ciò
che non può essere riuscito a me solo o per difetto d'ingegno o
per altre cagioni che non dipendono da me. Sia come vuol essere, accetta
questo libercolo, e godi come godo io d'appartenere a una nazione che nel
suo guardaroba, oltre agli abiti di gala, ha una veste da camera di questa
fatta. Addio.
GIUSEPPE GIUSTI
NOTE
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Andrea Francioni, anima gentile, ingegno modesto, fu accademico
della Crusca: infelicissimo nella vita, morì nel settembre del 1847,
prima di compiere i 50 anni. (nota dell'Editore).
Vedi il Cecchi, il Serdonati e tutti i raccoglitori,
nessuno eccettuato.
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