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Qualcosa ne diede
un'altra Raccolta manoscritta, ma non di grande importanza, fatta l'anno
1720 da Carlo Tommaso Strozzi, e della quale una copia è presso di noi.
Traeva lo Strozzi per molta parte i suoi proverbi dal Vocabolario della
Crusca, del quale però quando egli scriveva non era anco in luce la
quarta edizione che è delle altre tanto più ricca. La quarta e più assai
la quinta edizione del grande Vocabolario contengono spogli di libri a
stampa e di manoscritti ai quali niun altri poté accostarsi; fatti sopra
autori spesso popolani, molto vi abbondano i proverbi. Nel Tesoretto di
Ser Brunetto Latini e nei Documenti d'Amore di Francesco da Barberino,
le sentenze hanno assai di frequente forma proverbiale: non importa dire
quanto se ne rinvengano di tal fatta nelle Commedie Fiorentine dal
cinquecento fino ai tempi nei quali in Italia parve la Commedia avere
perduto ogni garbo di parola. Dopo la Crusca parve a noi cosa non
inutile spogliare anche il Dizionario di Carlo Antonio Vanzon,
compilazione farraginosa ma da pescarvi non senza frutto, perche vi è
d'ogni cosa; egli vissuto lunghi anni in Livorno pigliò anche dalla
lingua viva come straniero più che non sogliono i grammatici nostrali,
che in Toscana non vi badano e in altri luoghi non l'hanno buona.
Raccolte a stampa non abbiamo, se non che molto insufficienti. Quelle di
Orlando Pescetti da Marradi, e di Angelo Monosini da Pratovecchio,
mentre abbondano di locuzioni, sono povere ambedue di sentenze
proverbiali, delle quali raro avviene che se ne trovi pur una non
registrata dal Serdonati. Volle il Pescetti fare un libro d'uso comune,
a studio di lingua più che ad altro intendimento, e poté darne più
edizioni a Verona dov'egli era maestro di lettere, ed a Venezia ed a
Trevigi nei primi vent'anni del secolo XVII. Ma per contrario il
Monosini intese ad opera di maggior dottrina; ed egli scrisse
latinamente in quegli anni medesimi, e col titolo amibizioso di Flos
Italicae Linguae, un libro di lingua, o Fiorentina o Toscana (così la
chiama nel frontespizio stesso), di continuo raffrontando i modi usati
nel parlar nostro co' modi greci e co' latini, dei quali è pure assai
gran dovizia. Ed al Monosini tenne dietro, ma si giovò dei lavori che
prepararono la grande edizione del Vocabolario della Crusca, il Padre
Sebastiano Paoli da Lucca vissuto fino alla metà del secolo XVIII:
intitolava egli il suo libretto Modi di dire Toscani ricercati nella
loro origine; e basta il titolo a mostrare non essere ivi luogo a
Proverbi se non in quanto si sogliono essi confondere con le locuzioni:
in mezzo a queste era da cercare se alcuno mai se ne rannicchiasse
ignoto a noi o dimenticato. Di una Raccolta data in Vicenza da Michele
Pavanello nel 1794, questo solamente possiamo dire, perché il vederla
non ci fu dato, che vi abbondano i riboboli, com'è promesso nel
frontespizio. Ai giorni nostri, i Proverbi o meglio Sentenze pubblicate
dal Rampoldi, raro è che abbiano forma proverbiale: ed Antonio
Pellegrini, che volle farne quasi un manuale d'etica (Guida dell'uomo
nel mondo ecc. Padova 1846), ebbe il mal gusto di stemperarli in certi
suoi endecasillabi; e troppo scarso è il Florilegio del signor Vienna
Canonico Bellunese, venuto in luce mentre ch'io scrivo. Ma più frequente
è il rinvenire insieme raccolti di quei Proverbi che hanno risguardo
all'Agronomia, dei quali è buon numero in fine al Corso d'Agricoltura
del Lastri, e se ne fece poi un libretto stampato a Venezia nel 1790 con
aggiunte dell'Autore: gli almanacchi o lunari nostri ne contengono assai
sovente, a cominciar da quegli anni nei quali rivissero gli studi
agronomici promossi tra noi dall'Accademia dei Georgofili; il professore
Cuppari ne andava illustrando parecchi via via ne' Fascicoli del
Giornale Agrario Toscano pubblicato dal Vieusseux.
Dalle Origini del Menagio noi non avevamo che pigliare, ch'è tutta opera
di seconda mano per ciò che spetta a lingua viva: e poco o nulla
potevamo dall'Ercolano del Varchi, o dalla Tancia o dalla Fiera di
Michelangelo Buonarroti, o dalle annotazioni a quest'ultima d'Antonmaria
Salvini, perché la materia di coteste opere le quali servirono al
Vocabolario della Crusca, si trova quivi alla spicciolata, e noi da
questo abbiamo tratto quel che appartiene all'istituto nostro: lo stesso
diciamo del Malmantile del Lippi e dei Commentarii del Minucci e del
Salvini e del Biscioni a quel poema burlesco. Dal quale però noi
crediamo che avesse attinto il Giusti nostro, e dal Ricciardetto, e
assai dall'Orlando Innamorato del Berni, e dal Morgante, ma più di rado,
il Pulci essendo sprezzante ingegno ed originale che poetava alla
scioperata, senza attenersi a quelle forme che bell'e fatte se gli
offerivano. Assai proverbi e locuzioni di già tolsero i Vocabolaristi
dalle Commedie del cinquecento; e ne abbondano le Cronache, e anche gli
spacci degli Ambasciatori, e le lettere o scritture nelle quali si
trattavano con le private le cose pubbliche familiarmente ed alla pari.
Né da noi furono trascurate, di tempi a noi più vicini, le Commedie del
Fagiuoli; e fummo lieti quando ci avvenne di estrarre qualcosa dagli
Scherzi comici di Giambattista Zannoni, al cui nome serba affetto e
riverenza di discepolo chi ora scrive queste parole. Notiamo per ultimo
una Lezione su' Proverbi di Luigi Fiacchi, onesto ingegno ed elegante,
più noto all'ltalia col nome di Clasio; e un'altra Lezione dove lo
stesso argomento venne trattato per incidenza nell'Atenèo di Brescia dal
valente signor Picci.
Dall'uso vivo abbiamo tratto ancora noi quanto più potevamo,
adoperandoci con molta voglia a fare incetta di quei proverbi dei quali
s'ornano i discorsi massimamente dei campagnuoli, e in Firenze di quelle
donne che hanno abitudini casalinghe e non possiedono altra scienza.
Quel che da noi non potevamo, ed era la parte più faticosa e più lunga,
aiuti domestici a noi lo prestarono assiduamente e con amore: né mancò
l'opera degli amici nostri, e fra tutti ne fu largo di buoni consigli
Raffaello Lambruschini, e, campagnuolo pur egli, vantaggiò assai tutto
quel che spetta in queste pagine all'agricoltura. Anche avevamo noi
posto l'animo, per fare opera più nazionale, a raccogliere almeno il
fiore di quei proverbi che sono in corso nelle altre parti d'Italia; e
da Milano e da Venezia Cesare Cantù ed Agostino Sagredo, con l'inviarne
le scelte loro, animavano il desiderio nostro. Ma fatto è che un assai
buon numero di sentenze proverbiali variano poco da un luogo all'altro,
e spesso accade che si rinvenga, da tempi remoti e nelle contrade più
diverse, le stesse immagini adoprate ad esprimere le stesse cose. Talché
i proverbi che appartengono ad una provincia sola, per molta parte si
riferiscono a condizioni locali o alle istoriche tradizioni di quella
provincia, e stornerebbero pei dialetti che hanno ciascuno il proprio
genio, e male potrebbero insieme confondersi. Vorremmo pertanto che,
seguitando un pensiero suo, ne desse il Cantù almeno un saggio dei
proverbi che sono proprii alla Lombardia, così da mostrare il carattere
che gli distingue; e insieme con essi quelle locuzioni proverbiali nelle
quali si ravvolge sovente una parte (né la più inutile) dell'istoria; ed
egli potrebbe agevolmente trarnela fuori perché d'istoria se ne intende.
Vorremmo poi che il Sagredo o il giovane amico suo signor Guglielmo
Berchet lo stesso facessero pel dialetto veneziano, che argutissimo e
grazioso tra' parlari dell'Italia nostra, si arricchiva di tanto senno
nel corso de' secoli e si animava di tanta vita. Noi non sappiamo qual
altro popolo, in ciò che spetta a scienza pratica, avanzi il popolo di
Venezia; e che i proverbi di quel dialetto sieno per fare bella comparsa
pubblicati di per sé quando anche riproducano sentenze e forme altrove
note, ne persuadeva una lista trasmessa a noi da que' due cortesi; e
della quale non fu a noi possibile astenerci dal rubacchiare qualcosa,
sebbene escano, come si è detto, dal proposito della raccolta nostra.
Ma il più gravoso e difficil carico fu dividere e ordinare, quel meglio
che a noi fosse possibile, la materia di tutti questi proverbi, che a
tante cose risguardano e che rivestono tante forme, senza coerenza né
legamenti. Anche il Pescetti e lo Strozzi nelle Raccolte sopra citate
hanno una sorta di partizione, ma disutile a parer nostro: e che una il
Giusti ne avesse in mente si può indurre dall'aver egli appuntati di sua
mano alcuni pochi titoli di Categorie affatto generici e insufficienti a
ravvicinare, come in un quadro solo, quelle sentenze che si rischiarano
per analogie; noi da quel cenno fummo condotti a questa assai più
specificata e più molteplice divisione che uscì man mano dalla materia
stessa. Ma poiché siamo a render conto del nostro lavoro, ne pare buono
fare avvisati i padri e le madri che avranno in casa questo libro, non
lo lascino andare in mano delle fanciulle né dei fanciulli loro senza
cautele né avvertenze: intorno a queste siano essi giudici. Lungi da noi
anche il dubbio solo di produrre opera così fatta, che insegni il male o
lo manifesti senza dare animo a fuggirlo; se così fosse, noi non avremmo
mai posto mano a questo lavoro. Ma qui, per una di quelle massime che
prostran l'uomo nella vigliacca disperazione del bene, tu ne hai cento
che lo rialzano; e la coscienza ripiglia sempre in fin dei conti le sue
ragioni, e una giustizia riparatrice t'è posta sempre innanzi agli
occhi, donde il linguaggio dei proverbi ha non di rado forme severe, né
solamente contro a' vizi ma contro a' falli anche minori. Noi confidiamo
pertanto che da questo libro, anziché danno al buon costume, possa
venire una qualche sorta di morale giovamento: perché il mondo dei
proverbi ci si presenta migliore assai del mondo com'è, o come almeno
pare a noi; e nel frequente avvicendarsi d'opposte sentenze noi non
sappiamo temere che il male prevalga, chi proprio non voglia tirarlo a
sé tutto per trista legge di affinità. Ciò nondimeno era nostro debito
mettere avanti queste dichiarazioni, cui pare un'altra dobbiamo
aggiungerne perché non sia pigliato a male quel ch'è d'insolito in
questo libro e che ha bisogno di qualche scusa. Si leggeranno qui tratto
tratto di quelle parole che tra la gente bene allevata non siamo usi di
pronunziare; e alle parole questa età nostra bada più assai delle
passate, di che noi molto ci rallegriamo, per la speranza che i buoni
fatti poi s'accompagnino al miglior linguaggio. Ma una raccolta come la
nostra, la quale fosse tanto espurgata da non offendere in nulla mai
nemmeno le orecchie più schizzinose, noi non sappiamo immaginarla: e la
figura di questo popolo non vi sarebbe rappresentata; ed a quel modo si
perderebbero molte sentenze in sé onestissime, o rimarrebbero senza
acume; perché le gravi e buone massime che di frequente vi si
rinvengono, quanto più basso hanno il linguaggio, tanto più veggonsi
scoppiar fuori, vive, spontanee, naturali, dal fondo stesso della
coscienza, e più riescono efficaci. E infine poi qui non sono altro che
irriverenze d'espressione, peccati veri non mai: e Dante osò nel divin
Poema quello che noi non oseremmo; il che si nota perché non debbano
temer di peggio i lettori nostri, e non a fine di accattare a tenue
fallo ed inevitabile, alto un esempio e un intercessore. Ma se
all'incontro qui si rinvengano alcune sentenze troppo còlte o alcuni
versi troppo lisciati, i quali non abbiano in tutto la forma dei
proverbi popolari, e quindi mostrino avere anche un'altra origine, egli
è perché molti di questi sono entrati nel parlar vivo del nostro popolo,
benché non fatti da lui; ma gli ritiene come autorevoli, e così vanno di
bocca in bocca, massime poi quando s'aiutano col soccorso della rima. Il
ch'è pur lode a questo popolo in cui discese tanto retaggio, e che tanto
è più assennato (giova almen crederlo tuttavia) quanto più crede
all'altrui senno: talché alle volte parrebbe quasi che il rispetto
all'autorità e certi veri di prima mano, sia necessario al tempo nostro
di riattingerli dai proverbi; come si cerca risuscitare a grande stento
ed a uno ad uno i caratteri d'un vecchio codice, dove i precetti dei
sapienti siano coperti da una lunga leggenda.
Porremo infine alcuni scherzi e frasi e modi proverbiali, non come
saggio, né come scelta d'una materia vastissima e che vorrebbe un altro
libro; ma erano anch'essi tra' fogli del Giusti, mescolati co' proverbi,
e parve danno lasciarli indietro. Insieme a quelli era di mano sua anche
un registro di paragoni soliti usarsi quasi proverbialmente nel discorso
familiare; e noi crediamo ch'egli intendesse di qui aggiungerli a
benefizio degli studiosi del parlar vivo, se gli era dato in vece nostra
condurre a fine questo volume.
AVVERTIMENTO
Premesso all'edizione del 1871
In questa seconda Edizione abbiamo aggiunto buon numero di proverbi
nuovi i quali sommano circa a due migliaia: la maggior parte vennero a
noi dalla gentilezza del signor Aurelio Gotti, il quale ci diede facoltà
di usare a volontà nostra la Raccolta da lui pubblicata sotto il nome di
Aggiunta a quelli del Giusti, l'anno 1855. Egli pertanto scriveva
nell'Avvertimento di quella: <<Speriamo che presto queste due Raccolte
si vedano unite, e in un solo volume abbia la Toscana queste preziose
gemme della sua lingua, e questi documenti della sapienza del suo
popolo.>> Il voto del Gotti è dunque oggi adempiuto quanto è da noi.
Peraltro la composizione così della prima come anche di questa seconda
Edizione faticosamente messa insieme da più libri, si deve ad Alessandro
Carraresi che a ciò prestava la sua intelligente accuratezza. Al
Tommaséo, di tante cose benemerito, dobbiamo pure il dono di alcuni
proverbi. Altri ne andò di poi spigolando il medesimo Carraresi (quelli
però che avevano forma più toscana) da libri a stampa, o più tardi
pubblicati o giunti più tardi a sua notizia, e sono i seguenti:
Raccolta di Proverbi Spagnuoli, Francesi e Italiani (ma in dialetto
Veneto) di Herman Nuñez Professore di Rettorica e di Greco in Salamanca,
dedicati al signor Don Luigi Hurtado di Mendoza, marchese di Mondejar,
presidente del Consiglio delle Indie, stampati a Salamanca nell'anno
1555, in casa di Giovan de Canova.
Lena Francesco, Lucca, 1674 e Bologna, 1694.
Coletti e Fanzago, Proverbi Agricoli, Meteorologici e Igienici, 1855.
Pasqualigo Cristoforo, Venezia, 1858, Vol. III.
Castagna Niccola, Napoli, 1868, seconda Edizione.
GINO CAPPONI
PREFAZIONE DELL'AUTORE
Mio caro Francioni
Ecco i Proverbi dei quali t'ho parlato le mille volte raccolti dalla
voce del popolo e messi insieme là là quasi via facendo, per istudio di
lingua viva. Sai che ti sono tenuto dell'amore che ho per gli studi,
perché di tanti maestri avuti da piccolo e da grande, tu solo colla tua
amorevolezza mi facesti gustare il piacere dell'essere ammaestrato.
Lascia dunque che m'appaghi del bisogno che ho da molti anni di darti
pubblicamente un segno d'affetto e di gratitudine: e accetta questo
libercolo che non è indegno di te per la materia che contiene e perché
t'è offerto di cuore.
Per proverbio intendo quel dettato che chiude una sentenza, un precetto,
un avvertimento qualunque, ed escludo da questa raccolta certi altri
detti come sarebbero--Conoscere i polli--Metter il becco in
molle--Scorgere il pelo nell'ovo--Stringere i panni addosso-- questi e
altri diecimila che si dicono proverbi e che i raccoglitori registrano
per proverbi,[2] mi pare a tutto rigore che debbano chiamarsi o modi di
dire o modi proverbiali. E dall'altro canto molti di questi modi e' mi
sanno un po' troppo di municipio, e abbisognano per conseguenza di
continue spiegazioni, di commenti continui, l'obbligo de' quali passa
poi negli scrittori che fanno uso e abuso di quei modi a grave scapito
dell'intendere alla prima, che orna e raccomanda tanto ogni sorta di
componimento. È vero che dì oggi dì domani, oramai anco una buona parte
di questi modi è intesa da tutti, e si hanno come gemme che sparse qua e
là con arte e con parsimonia fanno spiccare maggiormente il lavoro dello
stile e della lingua: ma come vuoi che passino per cosa chiara e
giudicata nel patrimonio comune--Darsi gli impacci del Rosso--Far gli
avanzi di Berta Ciriegia--Così non canta Giorgio--Calare al paretaio del
Nemi ecc. ecc.--e simili? Modi che rimarranno più o meno nel peculio
speciale di questo paese e di quello, e che saranno sempre la pietra
dello scandalo per coloro che non essendo di quel dato luogo o non gli
intendono, o se gli intendono gli ficcano a sproposito quando si fanno a
usarli; e poi se li riprendi, ti si scatenano contro, come si scatenano
addosso al Malmantile. Finalmente, questi modi sono tanti e poi tanti,
che il volerli raccapezzare tutti, e distinguere quelli da mettere in
corso e quelli da dargli il riposo per sempre nel museo delle voci
fossili, sarebbe opera faticosa, tediosa e interminabile. Per abbreviare
il cammino e per fare un fatto e due servizi, cioè giovare alla lingua e
all'uomo, ho creduto bene di tenermi alle sole sentenze.
Difatto troverai qui, oltre un tesoro di lingua viva e schiettissima,
una raccolta d'utili insegnamenti a portata di tutti, anzi un manuale di
prudenza pratica per molti e molti casi che riguardano la vita pubblica
e privata. La cura della famiglia, quella della persona, l'agricoltura,
l'industria e persino la cucina, hanno di che giovarsi in questo
libretto; e non credo di spingere la cosa tropp'oltre se dico che tutti
potranno spigolarvi, cominciando da chi fa i lunari, fino a quello che
architetta sistemi di filosofia. Mi rammento che Bacone, in una delle
sue opere, consiglia i proverbi meditandoli e commentandoli; e presi
quelli di Salomone, ti dà un saggio del modo tenendi. E veramente questo
dei proverbi è cibo da far pro a tutti gli stomachi; è la vera facile
sapienza, ignota a certi cervelli aerostatici, che te ne vociferano una
tutta loro con tant'aria di mistero in tanto fogliame di frasi. Costoro
presumono condurti per labirinti alla conoscenza del bene, e spargono
per la via aperta e dilettosa del sapere le tenebre e le spine che hanno
nella testa. Chi ebbe potenza e amore d'illuminare le moltitudini non
fece così: non coniò un nuovo gergo furbesco, una nuova lingua bara e
jonadattica per la morale filosofia, ma palesò il vero schietto di forme
quale è di sostanza; lo palesò come l'aveva nel cuore. Tutti nasciamo
bisognosi di attingere alle sue fonti soavi: e perché tenere addietro i
brocchetti di terra cotta? Bella cosa avvolgersi le tempie superbe d'una
cecità di tenebre, e farla da apostolo delle genti e gridare a chi non
intende:--La colpa è vostra, noi veggiamo le cose dall'alto--quasi fosse
questa una ragione per vederle confuse. E poi se ci tengono per
fanciulli, perché non ci affettano il pane della sapienza? Tanto più
quando hanno in bocca sempre amore e carità ecc. Paolo diceva ai Corinti:
<<A voi, siccome a parvoli di Cristo, ho dato latte in luogo di
vivanda>> e Gregorio nei Libri Morali: <<Dee il predicatore imporre
limiti a sé stesso e condiscendere all'infermità di chi l'ascolta,
acciocché parlando alla gente minuta di cose alte e al disopra della
loro intelligenza, non gli avvenga di poner cura più a far mostra di sé
che a giovare altrui>>. Chi non ha l'idee chiare, e ambisce al titolo di
chiarissimo, fa come la seppia, schizza versi e periodi color tetro e ci
si nasconde. Sono in gran voga gli studi morali, e di morale e di
religione solamente si parla e se ne fa rumore come le bigotte
dell'onestà massime quando l'hanno perduta. Almeno se ne predicasse e se
ne scrivesse in modo da far dire: eh! per parlare ne parlano a garbo, e
se non l'hanno nel cuore loro, spianano la via per poterla conseguire.
Nulla di più facile che ingannare per viluppi di parole il minuto popolo
e la moltitudine non dotta; la quale meno intende, più si meraviglia.--Ma
che serve pigliarla sul serio? È meglio che anco lo sdegno parli
volgare. Leggerai detti ora burleschi, ora tremendi e anco tali da farti
ribrezzo, e da porti in dubbio che siano frutto d'una severa esperienza
che abbia voluto fare accorti gli uomini della loro indole non sempre
buona o piuttosto velenose punture della malignità, mossa dai suoi fini
torti a deridere e a calunniare l'umana natura. Tu, uomo di cuore, come
udirai senza fremere:--Non far mai bene, non avrai mai male--Il primo
prossimo è se stesso--Parla all'amico come se avesse a doventar
nemico--Chi lavora fa la gobba, chi ruba fa la robba? --Pure, amico mio,
vedi e considera: non ti dico altro perché ho a schifo d'entrare anch'io
nel branco dei disperati e degli sgomentatori che gridano sperpetue come
porta l'uso e la noia. L'uomo certamente non è quale lo vorrebbero i
buoni che l'amano, o quale predicano che dovrebb'essere certuni i quali
mossi da tenebrosa perfidia o da buona volontà, ma incapace di farti
progredire d'un passo, ti stroppiano sotto colore di volerti accomodare.
Ed è vero verissimo (lascia belare in contrario certi beati innocenti)
che dovendo vivere nel mondo, è bene sapere che a volte l'abbiamo a fare
co' furbi e co' bricconi che ci giuocano e ci mercanteggiano come
animali da pelare e da scorticare: per uno o due di costoro che ti
s'avvolga tra i piedi, non metterai tutti nel mazzo, né camminerai meno
spedito. Se lungo la via ti s'attraversa una spina, accuserai della
puntura i fiori che ti sorridono d'intorno? Calpestala e prosegui. E poi
a ognuno di questi proverbi eccotene un altro in contrario--Mal non
fare, paura non avere--Bisogna fare a giova giova--Chi ha arte ha
parte--quasi che la prudenza medesima ti dicesse; eccoti dal lato manco
uno scudo che ti difenda da' malvagi; dal destro un lume che ti scorga
co' buoni per la via della virtù.
Valendomi delle raccolte edite e inedite fatte sino a qui e delle quali
mi sono stati cortesi Gino Capponi, Pietro Bigazzi, Cesare Pucci ed
altri, ho trovato parecchie di queste sentenze ma quasi sempre smarrite
in un mare magno di quei modi di dire che t'ho accennati di sopra. Oltr'a
questo, per quel po' di sentore che posso avere io di queste cose, mi
pare che quei raccoglitori prendessero i proverbi piuttosto dai libri
che dal popolo; ovvero, parendo loro che il modo popolare desse nel
triviale, e' gli ritoccavano e davano la vernice non dico a tutti ma
alla maggior parte. Difatto ho dovuto rettificarne molti rimettendo le
grazie spontanee dell'uso nel posto usurpato dalle frasi dell'arte e
questa è stata forse non dirò la fatica ma la noia maggiore Te ne darò
uno o due per saggio, e il resto lo vedrai da te. Trovo scritto:--Se
vuoi viver sano e lesto, fatti vecchio un poco presto, e sento dire--Se
vuoi viver sano e lesto, fatti vecchio un po' più presto--la differenza
è piccola, ma un poco presto è troppo indefinito e non viene a designare
così esattamente il tempo del farsi vecchio, come se dirai un po' più
presto, cioè qualche anno prima di quello che non potrebbe l'età. Le
raccolte segnano: --Non è mai gagliardia che non abbia un ramo di
pazzia--e la gente--Non è mai gran gagliardia, senza un ramo di
pazzia--e qui la diversità non serve notarla che dà nell'occhio da sé. I
compilatori registrarono:--Non è alteratezza all'alterezza eguale--d'uomo
basso e vil che in alto stato sale--mentre si dice comunemente --Non è
superbia alla superbia eguale--d'uomo basso e vil che in alto stato
sale--e mi suona più esatto, perché alterezza è qualcosa di più
dignitoso che superbia. I libri portano:--Fra gente sospettosa non è
buon conversare--e l'uso --Tra gente sospettosa conversare è mala
cosa--Nella chiesa co' santi ed in taverna co' ghiottoni--e si dice:--In
chiesa co' santi, all'osteria co' ghiotti.--Piccole differenze; ma
osservabili per lo studio della lingua, per la facilitazione della
pronuncia, e per quel non so che di franco e di brioso che è dote
speciale del parlare e dello scrivere alla casalinga. Apri gli scrittori
e vedrai che quando la misura del proverbio non istà a capello a quella
del verso o non fa al suono e alle altre ragioni del periodo, te
l'accomodano e spesso te lo stiracchiano sul letto della rima e su
quello della prosa. Prendendo i poeti e tra i poeti i migliori, trovi
nell'lnferno:
Che saetta previsa vien più lenta;
e nel Petrarca:
Che piaga antiveduta assai men duole:
belli senza dubbio, anzi mirabili, ma il proverbio abbraccia più
largamente e dice: Cosa prevista, mezza provvista.--Il Forteguerri
finisce così un'ottava di Ricciardetto:
Che chi aggiunge sapere, aggiunge affanno,
E men si dolgon quelli che men sanno:
e il popolo: Chi aggiunge sapere, aggiunge dolere; chi men sa men si
duole. --Vedi quanto è più rapida e direi più acuta l'espressione
popolare, più atta per conseguenza a imprimersi nella memoria. Di questi
esempi, o per meglio dire di questi confronti, potrei fartene una
filastrocca lunga un miglio, ma a che pro? Per mostrare d'aver
scartabellate delle pagine e scarabocchiata della carta? Ti basti che
dal vero proverbio a quelle sentenze, o a quelle arguzie che vi sono
state lucidate sopra, ci corre novantanove per cento, quanto dalla
lingua scritta alla lingua parlata; quella più corretta se vuoi, questa
certamente più spontanea, più viva, più efficace. E poi come ti diceva e
come sai meglio di me, i proverbi sono stati coniati alla guisa e
all'uso del discorso famigliare, e volendo servirsene a ogni giorno, per
non cadere in dissonanze o in affettazioni insoffribili è necessario
ritenerli nella loro espressione primitiva e legittima. Discorso facendo
o scrivendo lettere, commedie, saggi, o che so io, e scrivendoli alla
buona come dovremmo fare un tantino di più; tu non diresti col Pulci:
Che quel ch'è destinato tor non puossi;
ma come dicono tutti--A quel che vien dal cielo non c'è riparo--né
diresti col divino Ariosto:
A trovar si vanno,
Gli uomini spesso, e i monti fermi stanno;
ma piuttosto colla lavandaia:--I monti stan fermi e le persone camminano.--Ho
avuto in mira di notare i proverbi come si dicono a veglia, o, per dirla
in gergo dissertatorio, di restituirli alla pristina forma popolare
alterata e spesso corrotta dagli scrittori. Avverti però che molti di
questi proverbi, non tutti gli dicono a un modo e colle stessissime
parole; anzi variano assai o nel più o nel meno da persona a persona, da
paese a paese. Sono stato in dubbio di notare tutte le maniere di dirli,
poi mi son risoluto di porne solamente alcune, e per me tenermi sempre a
quella che mi pareva la più vera, la più usitata, lasciami dire la più
domestica, prendendo per norma la vivacità e la concisione, che mi
paiono i segni certi della legittimità. Spero che di questa diligenza me
ne sapranno grado almeno quei pochi che hanno fede anco nei vocaboli e
nei modi non ancora battezzati nell'inchiostro; e con questi entro di
balla e pecco allegramente, devoto più all'uso che ai trattati del bello
scrivere, e i linguaj me lo perdonino, seppure il nipote non ha da
comandare al nonno. E per istare in chiave, dando all'orecchio la parte
sua e slargando anco il cerchio dell'ortografia, ho scritto obbedire e
ubbidire, legne e legna, non v'è , non c'è e non è, estate e state,
verno e inverno, danari e denari, molino e mulino, ruota e rota, uomo e
omo, uovo e ovo, diventare e doventare, e così via discorrendo. Se ho
fatto bene o se ho fatto male, i lambiccatori lo diranno, ché io per me
non sono gran cosa forte nella chimica applicata alla lingua e son
tentato a stimar beati coloro che scrivevano come sentivan dire, perché
dacché si copia come si legge non abbiamo fatto di grandi avanzi. E
questo non per amore di licenza, ma perché ho veduto anch'io quanto
giovi all'armonia l'aggiungere o il togliere una lettera, o il
sostituirne una ad un'altra, purché sia fatto a tempo e quel che conta
senza affettata disinvoltura. Ma tornando in chiave mi pare che i due
giudici competenti d'ogni scrittura sieno l'occhio e l'orecchio; e
quando non s'ascoltano insieme, si corre risico che l'uno corrompa le
ragioni dell'altro: però è sempre bene leggere a voce alta le cose
scritte e ritoccare i discorsi improvvisati. Perché vi sono taluni che
per aver fatto gran filza di vocaboli e di modi scrivono di vantaggio, e
si danno l'aria di passeggiare sulle difficoltà della lingua come
ballerini di corda, ma a chi non ha l'orecchio intasato, e' paiono
servitori di piazza che s'impancano a ciangottare francese e inglese a
tutto pasto, compensando i continui sfarfalloni coll'affettare l'erre
gutturale o col tenere la lingua attaccata al palato.
Tu nota intanto i così detti pleonasmi che messi con garbo e usati
parcamente, a noi un po' andanti in fatto di grammatica paiono
elegantissime negligenze:--Dov'è il Papa ivi è Roma,--Dove manca
l'inganno ivi finisce il danno--e gli idiotismi in grazia della
pronunzia:--La peggio ruota è quella che cigola, perché dicendo peggior
ruota, se tra una parola e l'altra (che riesce incomodo e sgradito) non
fai uno stacco, quelle due erri t'intronano e quasi t'avviluppano la
lingua. E le trasposizioni messe o per allettare l'udito dando alle
parole un suono che s'avvicini a quello del verso, o per tener desta
l'attenzione invertendo l'ordine del discorso e quasi facendola cascar
d'alto:--Dove bisognan rimedi il sospirar non vale. Nota i
ravvicinamenti e i paragoni ora scherzosi e bizzarri come:--Frate
sfratato e cavol riscaldato non fu mai buono--Predica e popone vuol la
sua stagione;--ora seri e profondi come:--Gli errori dei medici son
ricoperti dalla terra, quelli dei ricchi dai denari-- La buona fama è
come il cipresso--La coscienza è come il solletico.--Nota i versi e le
rime false come nei canti popolari:--Dove può andar carro non vada
cavallo--Chi nel fango casca, quanto più si dimena e più s'imbratta--Chi
cavalca alla china, o non è sua la bestia o non la stima.--Nota quelli
che in poche parole contengono un Apologo:--La gatta frettolosa fece i
gattini ciechi--La superbia andò a cavallo e tornò a piedi--Il leone
ebbe bisogno del topo-- La botta che non chiese non ebbe coda;--Nota le
parole accozzate insieme, e, se m'è lecito dirlo, personificate:--
Com'uno piglia moglie egli entra nel pensatoio--La morte è di casa
Nonsisà --Fidati era un buon uomo, Nontifidare era meglio.--Infine nota
i verbi nuovi che hanno aria d'essere stati trovati lì per lì a
risparmio di lunghe parole, come indentare per mettere i denti,
sparentare per togliere, morendo, la paternità, o per uscir di
parentela:--Chi presto indenta presto sparenta;--istrumentare porre in
pubblica scrittura:--Chi ben istrumenta ben dorme;--invitire per
coltivare a viti. E poi tacciamo Dante di strano e di bizzarro, perché
quando gli tornava meglio (dicono) inventava i verbi di sana pianta. --
Dislagarsi, elevarsi dal lago:
Che verso il ciel più alto si dislaga:
Intuarsi, entrare nell'animo tuo:
S'io m'intuassi come tu ti immii:
Mirrare, aspergere di mirra:
Ebber la fama che volentier mirro:
Dismalare, levare il peccato d'addosso:
Lo monte che salendo altrui dismala.
Questi non erano licenze sue né d'altri che hanno fatto altrettanto, ma
usi nostri, usi d'un popolo padrone della propria lingua, che la
maneggiava a modo suo senza paura dei Grammatici. Questi presero a
comandare a bacchetta in un tempo nel quale e il pensiero e l'atto e la
parola piegavano sotto l'autorità (al vedere, le servitù piovono tutte a
un tratto); imposero leggi e confini alla lingua senza conoscerla tutta
quanta; turati gli orecchi alla voce del popolo che gliela parlava
schietta e viva, s'abbandonarono a un gran scartabellare di scritture
per trarne tante filze più o meno lunghe di vocaboli, quante sono le
lettere dell'alfabeto. Poi chiuso il libro, gridarono come Pilato: quel
ch'è scritto è scritto; ma il popolo seguitò a parlare com'era solito.
Di qui la funesta divisione di lingua dotta o lingua usuale; in famiglia
si parlò a un modo, a tavolino si scrisse in un altro. Contro certi modi
intesi da tutti, ma non usati dagli scrittori s'incominciò a gridare
basso, triviale e disadorno, e apparve la levigatezza; ma l'evidenza, la
proprietà e l'efficacia se n'andarono. Per un lei o per un lui nel caso
retto, e per simili buffonate, da questi scomunicati non fu ammesso il
Machiavelli alla comunione dei testi di lingua. Ma che vuol dire che tra
le scritture s'è fatto sempre più caso di quelle poche venute da certi
bravi ignoranti, come la Vita di Benvenuto Cellini ecc.? Chi è che
vorrebbe le latinerie del Bembo, piuttostoché le fiorentinerie del
Vasari, o quel perpetuo dir le cose in due o in tre modi di Benedetto
Varchi invece della facile andatura del Segni? Dicono: <<la nostra
lingua pecca nell'umile e nel discinto (e qui vanno a pescare il tempo
della nascita e d'onde le venne questo peccato originale), e' bisogna
rialzarla e vedere di tenerla più serrata cogli aiuti della latina che
le fu mamma e nutrice>>. La lingua latina ha il piglio imperioso dei
signori del mondo; noi non siamo domini neppure in casa nostra; eh via,
scimmie, lasciate andare: perché non potete parlare da padrone, volete
parlare da servi? Chi corrompe la lingua corrompe il popolo che la
parla, e la corruttela viene dalla licenza come dalla servirtù. A volte
questi libri latinanti mi si personificano, e gli vedo colle spalle
nella pretesta, e colle gambe nelle brache: meglio vestire de' nostri
cenci da capo a piede, e siano pure di panno fatto in casa. Fin qui si
scrisse come si parlava, da qui avanti si scriverà come scrisse chi
arrivò prima di noi.
E già che ci siamo, vedi la ricchezza della lingua e la prontezza, il
brio, l'ubertà dell'ingegno popolare: vedi in quanti modi si dice e si
rivolta una stessa sentenza, con quanti strali puoi ferire ad un segno,
e per quante vie condurre o esser condotto a un punto medesimo. Vuoi
riprendere un presuntuoso esprimendo la differenza che passa dal
concepire o progettare una cosa, all'eseguirla?--Dal detto al fatto c'è
un gran tratto--Altro è dire, altro è fare--Il dire è una cosa, il fare
un'altra--I fatti son maschi e le parole femmine.-- Vuoi fare avvertito
l'amico di tener l'occhio alla penna in un acquisto, in una
contrattazione qualunque?--A chi compra non bastan cent'occhi e a chi
vende ne basta un solo--A buona derrata pensaci--Da' gran partiti
pàrtiti--La buona derrata cava l'occhio al villano--Sotto il buon prezzo
ci cova la frode--Vuoi consigliare alcuno d'andare avvisato di non
precipitare troppo le cose, d'aspettar favore dall'occasione?--Chi va
piano va sano--Adagio a' ma' passi--Col tempo e colla paglia si maturan
le sorbe-- Roma non fu fatta in un giorno--Dài tempo al tempo--Il tempo
viene per chi lo sa aspettare.--Vuoi mordere questa moda dei frontespizi
strambi e da cavadenti; la boria, la petulanza del ragazzino
enciclopedico; la vernice in generale dei libri, dei modi, degli abiti e
delle parole?--Il buon vino non ha bisogno di frasca--Ai segni si
conoscono le balle-- Una rondine non fa primavera--Chi si loda s'imbroda.--
Vuoi raccomandare la prudenza, il segreto, il parlare tardo e grave,
proprio dei savi?--Al prudente non bisogna consiglio-- Temperanza t'affreni
e prudenza ti meni--A chi parla poco, basta la metà del cervello--Apri
bocca e fa ch'io ti conosca--Al canto l'uccello, al parlare il
cervello--Al savio poche parole bastano--Bocca chiusa e occhio aperto
non fe mai nessun deserto--Un bel tacere non fu mai scritto-- Assai sa
chi non sa, se tacer sa--In bocca chiusa non c'entra mosche--Tutte le
parole non voglion risposta--Il tacere adorna l'uomo.--Vuoi ammonire
taluno di non abbandonarsi troppo al favore della fortuna, credendo sé
al bene del momento, quasi fosse caparra di perpetua felicità?--Fino
alla morte non si sa la sorte--Alla fin del salmo si canta il
Gloria--Chi è ritto può cadere --Chi è in alto non pensa mai di
cadere--Finché uno ha denti in bocca, non sa quel che gli tocca.--Raccomandare
l'economia, il risparmio, la sobrietà, il pensiero del poi?--Chi la
misura la dura--Bisogna far la spesa secondo l'entrata--Chi ha poco
spenda meno-- Grassa cucina, magro testamento--Pranzo di parata, vedi
grandinata--Chi ha poco panno, porti il vestito corto-- N'ammazza più la
gola che la spada--Impara l'arte e mettila da parte.--Ammonire di
cogliere il destro, di star vigilante?--Ogni lasciata è persa--Chi ha
tempo, non aspetti tempo--Una volta passa il lupo--Chi cerca trova, e
chi dorme si sogna--Chi dorme non piglia pesci--Esprimere l'amore della
famiglia, della casa, del proprio paese?--A ogni uccello suo nido è
bello--Ogni uccello fa festa al suo nido--Casa mia, casa mia, per
piccina che tu sia, tu mi sembri una badia.-- E questi due tenerissimi:
Casa mia, mamma mia-- Legami mani e piei. e gettami tra'
miei--Consigliare la carità, l'amore, l'aiutarsi scambievole?--Una mano
lava l'altra--Del servir non si pente--Chi beneficio fa, beneficio
aspetti--Chi altri tribola sé non posa--Bisogna che il savio porti il
pazzo in ispalla--Esortare a non avvilirsi, a non vendersi?--Chi prende,
si vende--Chi non vuol piedi sul collo, non s'inchini--Per tutto nasce
il sole --Bocca unta non può dir di no--Ma basti così, ché altrimenti
non si finirebbe mai. Ecco quanta luce deriva e si spande dal sapere di
molte generazioni riunito in un sommario di formule brevi e schiette e
sugose, e come nei figli passa di mano in mano sempre intera e
fruttifera l'eredità del senno e dell'esperienza dei padri.
Oh! qui non ti farò malinconiche interiezioni sulle cure, sulle fatiche
e sulle vigilie spese in questo lavoro: anzi ti dirò schiettamente che
avendo cominciato da lungo tempo a notare giorno per giorno tutti i
proverbi che mi capitavano alI'orecchio conversando colle persone del
popolo e specialmente coi campagnoli, mi son trovato fatto il lavoro
quasi senza accorgermene, e adesso non lo do per una gran bella cosa, ma
per quello che è. E bada qui a una cosa singolarissima. Questi proverbi
sono oramai tanto comuni e tanto immedesimati colla lingua, che udirai
mille volte a mezzo il discorso: <<dirò come diceva quello.... c'entra
il proverbio>> e senza dire altro, proseguire; e quella reticenza
supporre un detto conosciuto da tutti, e però superfluo a ripetersi. Che
se poi gli dicono; o gli dicono a mezzo, ovvero macchinalmente come le
frasi più usitate, come direbbero: buon giorno o buona sera ecc. Ho
domandato mille volte alla gente idiota cosa significasse un tal
proverbio, e così staccato, non me l'hanno saputo dire; ma appena ho
chiesto a che proposito lo dicessero, me n'hanno resa subito perfetta
ragione; per la qual cosa si può dire che versano dalle labbra una
sapienza che non sanno di possedere, come uno si dà a un lavoro, a una
fatica, senza avvertire la capacità delle proprie braccia. Una sera a
Firenze, in una delle poche case, a grave danno del Faraone tuttavia
rallegrate da quella gaia ma ora inelegantissima anticaglia dei giochi
di pegno, mi trovai al gioco dei Proverbi che si fa mettendosi tutti in
un cerchio donne e uomini, e buttandosi uno coll'altro un fazzoletto
colla canzoncina <<Uccellin volò volò, su di me non si posò, si posò sul
tale e disse....>> qui tirano il fazzoletto sulle ginocchia della
persona nominata e dicono un proverbio; e bisogna dirlo presto, e che
non sia detto avanti da nessuno, altrimenti si mette pegno. Io che son
nato in provincia e son sempre malato grazie a Dio delle prime
impressioni, udendo quel diluvio di proverbi, e con quanta prontezza
quelle fanciulle vispe e argute trovavano il modo di punzecchiarsi tra
loro, di burlare gli innamorati, di canzonare i grulli e di mettere in
ridicolo la cuffia di questa e la parrucca di quello, confesso il vero
che c'ebbi un gusto matto, e posso dire che fino d'allora mi detti a
questa raccolta, perché tornato a casa segnai tutti i proverbi che mi
ricorsero alla memoria.
Volevo fare giù giù proverbio per proverbio un breve commento riportando
fatterelli, citando passi d'autori che facessero al caso, e avevo già
dato mano, ma me n'uscì presto la voglia, e mi limitai a poche e
necessarie osservazioni, un po' per infingardia, e un po' perché
parendomi che la maggior parte di questi proverbi si spiegasse meglio da
sé, non volli profittare del diritto che s'arrogano i commentatori, di
spiegare le cose per paura che sieno intese alla prima. E poi vedi bene
che sono in età da aver bisogno d'imparare, e a fare il savio o
l'erudito, o non ci avrei la gamba o rischierei di dare un tuffo nel
pedante e nel ciarlatano. Finalmente ti confesso alla bella libera che
mi ritenne più di tutto il timore d'entrare in chiacchiere co'
sapientucci e co' parolai, ciurma gretta, fastidiosa e stizzosa quanto
Dio vuole. Paghiamo al nostro paese ognuno il suo tributo, chi d'oro e
di gemme, e chi in moneta d'argento o di rame secondo la sua
possibilità. E poi beato quello a cui riesce vivere e morire lontano da
ogni gara, da ogni presunzione, e scrivacchiare di quando in quando come
gli detta l'animo, senza aggiunger legne al grande incendio del
pettegolezzo letterario che riarde ogni giorno a danno del decoro e del
vero. In questo universale palleggio di lodi e di vituperii, all'uomo
onesto fa stomaco di stare a vedere chi gioca, non che d'entrare nella
partita. Ecco la materia quasi greggia; altri più forte e più coraggioso
di me ci metta le mani e ne faccia la pasta che vuole.
Chi sa quante centinaia di proverbi girano tuttora inavvertiti per la
bocca del popolo? La nostra lingua n'è tanto ricca, che tutti quelli che
da buoni e onesti paesani non si vergognano di saperla parlare, non
riescono a dire tre parole senza incastrarci un proverbio. Io di certo
non ho potuto raccoglierli tutti, perché è quasi impossibile che uno
solo possa trovarsi a udirli quanti sono; e forse chi sa che a farlo
apposta non mi siano sfuggiti i più usuali, cosa facilissima per chi gli
ha familiari, come è facile far la testa al gioco che si gioca più
spesso, balbettare nelle orazioni che si ripetono mattina e sera, o
dimenticarsi in un invito appunto l'amico che vediamo ogni giorno. Ho
fatto ciò che ho potuto e continuerò in questo lavoro per tutta la vita,
pregando di fare altrettanto te e tutti quelli che amano la nostra
lingua, e il senno da spendersi via via per i minuti bisogni. Da tante
mani mosse d'amore e d'accordo a un'opera stessa riuscirebbe ciò che non
può essere riuscito a me solo o per difetto d'ingegno o per altre
cagioni che non dipendono da me. Sia come vuol essere, accetta questo
libercolo, e godi come godo io d'appartenere a una nazione che nel suo
guardaroba, oltre agli abiti di gala, ha una veste da camera di questa
fatta. Addio.
GIUSEPPE GIUSTI
NOTE
Andrea Francioni, anima gentile, ingegno modesto, fu accademico della
Crusca: infelicissimo nella vita, morì nel settembre del 1847, prima di
compiere i 50 anni. (nota dell'Editore). |
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