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É "L'Avvenire del lavoratore", gli da' impulso, dinamismo, fa raddoppiare le
copie del giornale. CESARE BATTISTI il più attivo del socialismo trentino che
dirige il "Popolo" lo scopre e lo vuole con se'; lo nomina Redattore Capo.
Proprio Battisti nel presentarlo per la prima volta sul giornale, così lo
descrive, "é uno scrittore agile, incisivo, polemista, vigoroso, con una buona
cultura, multiforme e moderna", ma subito dopo gli diventa scomodo,
incontrollabile e perfino pericoloso, perché
Mussolini é impulsivo, interviene con rudezza con tutto il peso delle sua
presa di posizione estrema e rigida che inaspriscono le polemiche con gli
austriaci per l'autonomia del trentino, mentre Battisti sta operando in un modo
più diplomatico, pur dicendo velatamente le stesse cose. Inoltre Battisti non
voleva inimicarsi il clero locale, molto legato all'Austria. Non rompe del tutto
i rapporti, ma dopo un mese
Mussolini
già non scrive più sul suo giornale.
A
Mussolini, Trento, gli sembrò troppo clericale, e aveva anche una profonda
avversione per un giovane leader dei cattolici. Era Alcide De Gasperi che
dirigeva Il Trentino e dalle sue colonne rimproverava gli insulti che lanciava
il suo collega; ma Mussolini con i suoi articoli a sua volta lo attaccava, lo
definiva "pennivendolo" "uomo senza coraggio" "un tedesco che parla italiano,
protetto dal forcaiolo, cattolico, feudale impero austriaco e quindi un servo di
Francesco Giuseppe". L'attacco ai preti intanto continuava. Gli avversari
politici lo chiamavano "il cannibale dei preti", e quando in un paesino di
Trento si scoprì una storia boccaccesca fra una contadina (in vena di santità) e
il parroco locale, che l'aveva messa incinta più volte,
Mussolini con la sua vena di scrittore salace, irriguardoso e fantasioso
scatenò un putiferio nel raccontarne i retroscena, con il preciso intento di
ridicolizzare tutto il clero locale.
In questo clima rovente, come agitatore più che polemista, che metteva a rumore
la città,
Mussolini non poteva durare, infatti, la gendarmeria austriaca su
segnalazione di anonimi, l'accuso' assieme ad altri suoi amici irredentisti del
furto in una banca, gli perquisirono l'abitazione, forse trovarono manifestini
anti-austriaci, alcune copie del suo giornale che andava spesso sotto sequestro,
trovarono insomma la "giusta causa" e una vaga motivazione per l'arresto e per
sbatterlo in prigione. Dopo aver odiato gli svizzeri,
Mussolini in galera iniziò a odiare i trentini austriaci, quando, pur non
provata né trovata nessuna accusa, seguitarono a tenerlo in carcere senza un
preciso motivo. Tanto che per protesta, e informando i socialisti con chissà
quali mezzo, iniziò a fare un plateale sciopero della fame per attirare
l'attenzione.
Per non farlo diventare un pericoloso martire dei socialisti o creare incidenti
diplomatici, i gendarmi lo accompagnarono con i soli vestiti sdruciti addosso al
confine di Ala, e lo diffidarono a non mettere più piede nella terra del Kaiser.
Mussolini raggiunta Verona a piedi, racimolato qualche soldo alla stazione
per il viaggio in treno, rientrò a Forlì, dove visibilmente umiliato passò
l'inverno ad aiutare il padre vedovo a servire clienti in un osteria gestita
assieme a una certa Annina Guidi, una sua vecchia amante, che morta la moglie si
era deciso a viverci insieme, gestendo con lei appunto la trattoria. Un antico
rapporto questo che alcuni mormoravano che da lei aveva avuto quella bimba cui
avevano dato il nome di Rachele, e che la donna allevò. Benito aveva conosciuto
Rachele bambina prima di andare in Svizzera, ora al suo rientro l'aveva
ritrovata donna e piuttosto attraente; le sue attenzioni furono pari a quelle
della fanciulla che a sua volta si invaghì presto del fratellastro.
Forlì' gli stava stretta e lo divenne ancora di più quando anche in questa città
lo arrestarono e lo misero di nuovo in carcere per quindici giorni per aver
fatto un comizio non autorizzato.
Nel comizio, teorizzava la rivolta, e incitava a dare alle fiamme il Codice, ne
auspicava un altro con nuove leggi. Il suo attivismo lo portava a porsi al di
sopra delle comuni norme, e quindi auspicava la "necessità della rivolta".
Leggendo Nietzsche lo aveva colpito una frase "vivere pericolosamente", e ne
fece il proprio motto, tanto che pubblico' un saggio in tre puntate sul giornale
"Pensiero Romagnolo", La filosofia della forza, dove troviamo il pensiero del
filosofo tedesco (il superuomo nicciano) che indubbiamente lo aveva affascinato
e conquistato (altrettanto quello di G. Sorel - La funzione della violenza
nell'agire storico).
In carcere in quei pochi giorni dove era stato ospite utilizzò il tempo a
scrivere. Dopo l'esperienza fatta a Trento, dove si era documentato storicamente
di un certo periodo della vita politica di quel paese, scrisse un breve satirico
romanzo proprio sul Trentino. Cesare Battisti lo pubblicò a puntate sul
"Popolo", a 15 lire a puntata, e il pubblico lo lesse avidamente. Era un
racconto fantapolitico "Claudia Particella, l'Amante del Cardinale", un modo per
far la "sua" feroce propaganda politica anticlericale, irridendo i cattolici
bigotti.
Ma Forlì dopo le vicende del carcere gli divenne antipatica, anche perchè
inutilmente bussò a tutti i giornali; infine pensò di emigrare anche lui in
Brasile, come avevano fatto tanti abitanti del suo paese Dovia; infatti aveva
tanti vecchi amici di infanzia che appunto in Sud America erano emigrati.
Valutò pure di accettare un posto come messo comunale ad Argenta; "sono stanco
di stare in Romagna e sono stanco di stare in Italia", scrive a tutti; ma il
9-1-1910 la federazione socialista di Forlì lo nomina segretario della
federazione e gli fa dirigere i quattro fogli di "Lotta di Classe".
Mussolini e' entusiasta, vede già il suo successo, ne e' convinto, e' sicuro
di sè, si sbilancia anche troppo "alla prossima ventata spazzerò via Giolitti",
ed economicamente non teme più il futuro perchè prende 120 lire al mese; tanti
da mettere su anche famiglia; infatti dopo 8 giorni torna a casa e presa Rachele
sotto braccio, comunicò al padre e alla matrigna che sposava la sorellastra
"senza vincoli ufficiali, ne' civili, ne' religiosi", e con una pistola in mano
minacciò in caso di diniego il duplice suicidio. La notte stessa prese due
lenzuola, quattro piatti con le posate, la rete di un letto e con Rachele si
trasferì in una stanza in affitto con cucinino a 15 lire il mese; "mise su
casa". Era il 17 gennaio del 1910.
Mussolini aveva 27 anni e Rachele 17. Dopo 9 mesi, il 1° settembre 1910
nasceva Edda. 27 giorni dopo si svolse lo sciopero di Forli! Con
Mussolini attivista in prima fila; un po' troppo, tanto che gli valse questa
volta la condanna a cinque mesi di carcere. Comunque una galera utile per
trasformarsi in vittima, in martire e quindi diventare ancora più popolare.
(Hitler nel '23, a Monaco ottenne lo stesso risultato, il processo e la condanna
per il putsch, fu il suo trionfo).
Così popolare che nel 1912
Mussolini lo troviamo a dirigere l'organo del partito socialista L'Avanti.
Si fa portavoce del proletariato ed inizia il 7 gennaio 1913 una feroce campagna
contro "gli assassinii di Stato". Con indignazione si era scatenato per gli
incidenti mortali verificatisi durante gli scioperi dei lavoratori che
chiedevano miglioramenti salariali, riduzioni d'orari, previdenze, pane e
lavoro. Conflitti dove scopriamo all'interno di queste manifestazioni non solo
una forte tensione sociale fra padronato e operai, ma anche la prima forte
spaccatura dentro i sindacati socialisti, tra i riformisti e i rivoluzionari.
Due correnti di pensiero che divideranno in eterno le sinistre; e non solo
quelle italiane.
Poi venne la ferale notizia da Sarajevo. L'inizio di quella che doveva essere
per tutti una breve guerra, si trasformò ben presto -dopo le prime battute- in
una guerra mondiale che andrà a cambiare il mondo. Crolleranno tre imperi, il
Reich tedesco verrà sbriciolato, muterà l'intera politica del vecchio
continente, nasceranno due grandi influenze ideologiche, e l'intera economia
mondiale inizia a prendere due sole direzioni; che non viaggiano in parallelo,
ma inizieranno a correre una contro l'altra fino al grande scontro ideologico.
Ognuna durante questo lungo viaggio cercando -con tutti i mezzi- di allargare il
proprio regno; che questa volta non è quello di uno Stato, nè quello di un
Continente, ma è in gioco l'egemonia sull'intero Pianeta. Una lotta che ben
presto sarà ingaggiata più solo da due giganti.
MUSSOLINI dallo stesso giornale, il 20 settembre 1914 lo troviamo prima
contro l'intervento in guerra dell'Italia, promuovendo perfino un plebiscito
pacifista, poi subito dopo il 18 ottobre 1914 (l'articolo é una "bomba") lo
troviamo improvvisamente schierarsi a favore; titola "da una neutralità assoluta
alla neutralità attiva e operante" che gli costa la radiazione dal giornale e
dal partito, il PSI. Un socialismo neutralista ad oltranza, che già in crisi con
la disgregazione dell'Internazionale socialista, messo di fronte alle scelte
sull'intervento in guerra, che tutti ormai consideravano imminente, e nelle alte
sfere necessaria per biechi motivi, lo troviamo -il partito socialista-
schierarsi contro la guerra e iniziata questa a promuovere il disfattismo, e fin
dall'inizio il suo fallimento.
Mussolini non é disposto ad accettare questo fallimento né le limitate
vedute di molti dirigenti del suo partito.
L'idea che si é fatta
Mussolini (ed é l'unico ad avere una certa lucidità in anticipo sui tempi) é
che la rivoluzione socialista é fallita prima ancora di iniziare, e mai il
socialismo potrà uscire dalla guerra, vinta o persa, con nuove prospettive.
Le masse - andava dicendo
Mussolini - i milioni di individui, dopo aver combattuto, potranno imporre
domani, a vittoria ottenuta, la propria pace alla borghesia con tutte le carte
in regola, perché avranno una propria forza autonoma per farlo, e non avranno
bisogno dei socialisti. A guerra persa invece le colpe ricadrebbero solo sui
socialisti, che il conflitto non lo volevano e hanno sempre disprezzato chi era
stato chiamato a parteciparvi: (tanti, tantissimi, saranno quattro milioni e
mezzo di uomini).
Insomma i socialisti erano dentro un vicolo cieco. Questo in sostanza aveva
sostenuto
Mussolini alla vigilia del conflitto, e il ragionamento era impeccabile; ma
il guaio grosso fu che la guerra che doveva essere "lampo" fu invece lunga e
quando finì terminò in un modo anomalo, non accontentò proprio nessuno; infatti
i vincitori (per come furono trattati a Versailles) si ritrovarono in mano
quella che fu poi definita una "vittoria mutilata"; in altre parole, una
frustrazione per entrambi, per chi l'aveva sostenuta la guerra e combattuta (Mussolini
e i 4,5 milioni di Italiani) e chi aveva remato contro e profetizzato il totale
fallimento (i socialisti - questi erano convinti di poter fare dopo la guerra la
rivoluzione del proletariato).
Il 15 novembre del 1914, dopo l'articolo "bomba" e dopo la radiazione
all'Avanti,
MUSSOLINI fonda a Milano il Popolo d'Italia (finanziato e non del tutto
disinteressatamente dalla Edison, dalla Fiat di Agnelli, dall'Ansaldo dei
fratelli Perrone ecc. ecc.) con un indirizzo antisocialista, e con iniziali
palesi appoggi all'irredentismo che va predicando D'Annunzio e De Ambreis (Ma
poi con la "Vicenda Fiume"
Mussolini prenderà le distanze dai due "rossi" - vedi partendo dal 1919).
Infine il 6 maggio del 1915, l'altra "bomba":
Mussolini esce con l'articolo "E' l'ora". Poi abbandona non del tutto il
giornale (terrà un diario di guerra fino al febbraio 1917) e molto coerentemente
con quello che ha scritto, si offre volontario.
Non è il solo, parte D'Annunzio, parte Marinetti, e parte Cesare Battisti che
incita "tutti al fronte con la spada e col cuore", poi in agosto parte
finalmente anche
Mussolini.
C'è in questo slancio forse anche un motivo umano, lui odia gli Austriaci; il
suo é anche un conto personale da regolare! I giorni di carcere a Trento, le
accuse infamanti, e le umiliazioni ricevute hanno lasciato il segno!
Al fronte
Mussolini non ha la vita molto facile, sia con i soldati che lo ritengono un
interventista e sia con lo Stato Maggiore che diffidano di questo ambiguo
soggetto fino a ieri a sinistra come oppositore all'intervento. Era nota la sua
renitenza, il suo antimilitarismo in piazza del 1911-12, e il suo passato di
socialista.
Al Distretto non si fidano proprio. Senza tanti riguardi al suo diploma e al suo
mestiere di giornalista lo mandano al fronte, come soldato semplice col grado di
caporale. Dopo 16 mesi di guerra, per quaranta giorni Mussolini va anche in
trincea, sul Carso, in prima linea sotto le granate austriache; si guadagna
perfino il nastrino. Nel febbraio 1917 una sventagliata di schegge, non proprio
del nemico, lo colpisce. Resta gravemente ferito. Trascorre in stampelle quattro
mesi all'ospedale di Ronchi. Qui nel portare conforto ai feriti troviamo una
visita di Re Vittorio Emanuele III. Di certo non immagina nemmeno lontanamente,
nel preoccuparsi della salute e nello stringere la mano di questo semplice
caporale sulle grucce, di trovarsi di fronte all'uomo che fra soli 5 anni
legherà il suo destino a quello di Casa Savoia e a tutta la sua dinastia. Il
Destino se era da quelle parti a fare qualche scherzo, quel giorno ne organizzò
uno dei più singolari.
Dopo la convalescenza,
MUSSOLINI rientra al giornale nel luglio 1917. Le cose in Italia sono molto
cambiate nel frattempo, l'interventismo, dopo tre anni di guerra, quasi inutili
sul piano militare e politico, é in crisi, e sembra - dopo Caporetto- che il
disfattismo socialista fra le masse trovi un buon appoggio. Così andava dicendo
Cadorna per giustificare i suoi tragici rovesci.
Ma non é così,
Mussolini è molto attento, si accorge che le masse hanno avuto uno
scollamento dal socialismo e che questo (dopo la disfatta di Caporetto del 24
ottobre) non può certo aspirare alla vittoria di una rivoluzione dopo una guerra
persa. Infatti le cose cambiarono, per tanti motivi, interni ed esterni. E anche
per tante coincidenze a favore. L'entrata in guerra degli Usa, la Rivoluzione
d'Ottobre in Russia, le Germania in difficoltà (più politicamente che
militarmente), l'Austria in sfacelo, ecc.
Alla fine, la guerra non fu persa, ma nemmeno vinta, passerà alla storia come la
"vittoria mutilata" dopo le liti a Versailles con Wilson. Questo finale andò
ancora di più a complicare le cose. Non c'erano politicamente né vinti né
potevano rallegrarsi quelli che la guerra l'avevano boicottata con il
disfattismo. Con troppo accanimento, questo esito negativo (nonostante tanta
retorica e i proclami) dai socialisti fu fatto pesare molto ai reduci; "che cosa
vi dicevamo, ecco il risultato!" e giù il resto. Non era certo il modo migliore
per fare proseliti nel chiamarli grulli. E chi era ritornato dal fronte (ed
erano quasi 5 milioni) non voleva certo sentirselo dire, dagli "imboscati" poi.
Quello che temeva
Mussolini accadde, come aveva previsto e profetizzato. I socialisti
riformisti (con Treves e Turati) sono in difficoltà più di prima della guerra, e
nemmeno parlarne di poter avviare un dialogo con i padroni; questi invece di
concertare hanno preferito la linea dura, si sono uniti e hanno adottato la
strategia delle serrate.
Mentre i massimalisti dichiaratamente rivoluzionari (con Gramsci e Bordiga)
guardano con molta attenzione i fatti russi che avrebbero potuto far aprire
delle nuove prospettive; la prossima fine del capitalismo con la tanto attesa
rivoluzione. Ma non hanno i seguaci, hanno solo i pochi (e difendono solo
questi) che ancora lavorano e che sono poi quelli che non hanno fatto la guerra.
Non hanno nemmeno le masse contadine (che per la maggior parte non sono
salariati ma sono 3 milioni di piccoli proprietari di "fazzoletti" di terra)
tutti timorosi di perdere con l'avvento del bolscevismo il loro "orticello",
quindi sordi a tutte le sirene comuniste.
Insomma nelle due correnti, e tra queste e le masse si è creata una barriera di
totale incomunicabilità. Non esiste più spazio per i socialisti.
Mussolini è lapidario, caustico ma anche realista "Vogliono fare la
rivoluzione, ma se li contiamo i conti proprio non tornano"
Mussolini se ne convince ancora di più quando inizia a vedere i pessimi
risultati della Rivoluzione Russa. "Bello i soldati uniti al popolo! Bello il
collettivismo! Bello la distribuzione delle terre! Male invece i nuovi dittatori
statali nelle fabbriche e nelle campagne". Non era questo il socialismo che
Mussolini sognava da giovane. In Russia il "padrone" autoritario e il grasso
borghese zarista, usciva dalla porta e rientrava dalla finestra con la nascente
"borghesia" statale di partito, ancora più autoritaria e peggiore della
precedente perchè non possedeva capacità tecniche e organizzative. Gli esaltati
operai credevano di poter mettere in riga i cervelli del vecchio management o
impunemente insultare i vecchi padroni. Lenin dimostrando subito i propri limiti
e le incapacità a organizzare uno Stato così vasto e burocraticamente così
complesso, ha dovuto richiamare in fretta e furia ai loro posti nei vari
apparati gli stessi funzionari zaristi, e nelle grandi aziende i vecchi padroni,
per riuscire a sopravvivere ed evitare il totale fallimento della rivoluzione
che si stava avviando nell'anarchia. E quelli non si fecero pregare; soltanto
che borghesi erano e borghesi rimasero. Non al soldo del padrone ma del Partito,
che in quanto a zarismo poteva competere.
Mussolini lo troviamo quindi a guardare in altre direzioni; é il momento
della sua "conversione" totale. Finita la guerra, se già aveva quelle idee gia
descritte sopra, ma non ancora applicate, dopo una cocente sconfitta elettorale,
profondamente mutato, lo ritroviamo nel 1920 a guidare quel movimento politico
che presto lo porterà al potere.
(VEDI A PARTIRE DAL 1920 IN POI)
C'erano tutte le condizioni a favore: buona parte del proletariato senza lavoro,
il ceto medio deluso, la rabbia degli ex combattenti e la rottura dentro le file
dei cattolici. Ma c'era soprattutto la nuova borghesia industriale che iniziava
a combattere le feudali energie latifondiste che si opponevano con forza a tutti
cambiamenti di una nuova società. Non a caso il fascismo nasce in via San
Sepolcro in una saletta messa a disposizione dal Circolo industriale
(l'Associazione Industriale -poi Confindustria) nasce proprio in quel 1920). E
ovviamente ad ascoltarlo non ci sono solo i "camerati" o solo gli "arditi" , ma
ci sono soprattutto gli industriali (con addosso la tremarella, causata dal
bolscevismo - Loro nel fare le serrate non è che avevano risolto il problema. Lo
avevano solo rimandato. In certi casi inasprito).
Mussolini quasi più convinto di molti industriali, non credeva alla fine del
capitalismo. Perchè non credeva alla forza disordinata delle masse. E
soprattutto non credeva negli ottusi capi.
Lo aveva scritto infatti su Utopia ancora nel 1915: "I socialisti commettono un
gravissimo errore, credono che il capitalismo ha compiuto il suo ciclo. Invece
il capitalismo è ancora capace di ulteriori svolgimenti. Non è ancora esaurita
la serie delle sue trasformazioni. Il capitalismo ci presenta una realtà a facce
diverse: economica, prima di tutto".
Poi nel 1917 frenando gli entusiasmi dei primi confusi progetti russi: "....La
rivoluzione non è il caos, non è il disordine, non è lo sfasciamento di ogni
attività, di ogni vincolo della vita sociale, come opinano gli estremisti idioti
di certi paesi; (il riferimento alla Russia è chiaro. Ndr) la rivoluzione ha un
senso e una portata storica soltanto quando rappresenta un ordine superiore, un
sistema politico, economico, morale di una sfera più elevata; altrimenti è la
reazione, è la Vandea. La rivoluzione è una disciplina che si sostituisce a
un'altra disciplina, è una gerarchia che prende il posto di un'altra gerarchia"
(1917, 26 luglio, Il Popolo d'Italia)
Agli operai poi, nel 1921, quando la svolta fu decisamente tutta a destra (e i
primi fallimenti in Russia di Lenin erano ormai risaputi),
MUSSOLINI così affrontò il proletariato: "La parola socialista nel 1914
aveva un senso, ma ora è anacronistica..... bisogna esaltare i produttori perché
da loro dipende la ricostruzione.... e ci sono proletari che comprendono
benissimo l'ineluttabilità di questo processo capitalistico....produrre per
essere forti e liberi...." - "le dottrine socialiste sono crollate, i miti
internazionalistici caduti, la lotta di classe è una favola". Voi non siete
tutto, siete soltanto una parte, nelle società' moderne. Voi rappresentate il
lavoro, ma non tutto il lavoro e il vostro lavoro é soltanto un elemento, nel
gioco economico. Finché gli uomini nasceranno diversamente "dotati", ci sarà
sempre una gerarchia delle capacita'". - "Non basta essere in tanti, ma si deve
essere preparati".
Poi
Mussolini rincarò la dose "Se per gli interessi nazionali bisogna lottare
contro il socialismo e se
occorre sostenere i proprietari terrieri e i produttori per non causare lo
sfascio della società in una
rivoluzione o in una guerra civile, allora il fascismo si schiererà con la
borghesia".
Il 1° agosto dell'anno precedente al suo giornale -Il Popolo d'Italia- aveva già
cambiato il sottotitolo. Da Quotidiano Socialista -dopo aver ricevuto ulteriori
finanziamenti dagli industriali- lo aveva abilmente sottotitolato: Quotidiano
dei combattenti e dei produttori. Poi il 1° gennaio del '21, sarà ancora più
esplicito (arrivano i finanziamenti dei "siderurgici"), e metterà il motto di
Blanqui "Chi ha del "ferro" ha del pane". Il patto con gli industriali era ormai
senza più sottintesi (e quando andrà al governo alla fine del 22, suo primo
pensiero fu quello di abrogare la legge sulla nominatività dei titoli. Gli
industriali tirarono un sospiro di sollievo. Infatti molti capitali erano nel
frattempo emigrati all'estero.
ALBERTINI il direttore del Corriere della Sera così salutò la "svolta": "il
fascismo ora interpretato é l'aspirazione più intensa di tutti i veri italiani"
(ovviamente si riferiva a una piccola minoranza di italiani, quelli che avevano
i titoli al sicuro).
La Stampa di Torino "Il governo
Mussolini é l'unica strada da percorrere per ridare agli italiani
quell'"ordine" che tutti ormai reclamano intensamente".
(Ci fermiamo qui ai due maggiori giornali. Tutti gli altri si unirono al coro)
Tutto questo accade nel 1921. L'anno della grande crisi dovuta proprio al
critico dopoguerra che si trascina da più di due anni nell'immobilismo politico
più intollerabile. La disoccupazione è aumentata di sei volte rispetto l'anno
precedente, già molto alta (4.593.000 gli scioperanti in due anni).
La riconversione dell'economia di guerra verso una produzione di pace, nella sua
lentezza e senza una avveduta guida governativa, provoca una disoccupazione che
sembra avere imboccato una strada senza ritorno. A renderla drammatica sono poi
i debiti di guerra, con le banche in sofferenza, anche se sono piene di soldi
degli speculatori, che però non hanno certo la "vocazione" di puntare sulle
nuove "scommesse" dei piccoli imprenditori. Le piccole industrie quindi sono
senza capitali e con un mercato dei consumi che precipita sempre di più a picco
per la poca liquidità circolante nella popolazione che ha nelle sue file
4.500.000 di ex combattenti senza lavoro (cui si sono aggiunti quelli (chiamati
imboscati da chi era tornato dal fronte) che finita la intensissima (14 ore al
giorno) produzione di guerra, sono stati mandati a casa). Infine, a forte
rischio, perfino il rimborso dei prestiti di guerra (Buoni del Tesoro)
sottoscritti dai risparmiatori. E sono tanti questi malcapitati, tutti
appartenenti alla classe media. Tutti in preda alla più nera disperazione: una
mina vagante questa categoria che vede davanti ai suoi occhi la grande industria
e le banche rifiutarsi di accollarsi i debiti nonostante gli ingenti profitti
fatti con la guerra; e ha -anche questa categoria- la netta impressione di
essere stata tradita, come i reduci. (da notare che tutto questo sta accadendo
contemporaneamente anche in Germania)
Poi arrivò anche il colpo di grazia con la "caduta" (prevedibile da mesi - ed
era già iniziata la fuga dei grandi capitali fatti dagli "squali") della Banca
di sconto. La disperazione della piccola industria, degli artigiani dei
coltivatori e dei risparmiatori fu comune, divenne una cosa sola. Quando il
Tesoro farà i conti dei debiti, i propri, più quelli contratti con gli alleati,
con le cifre che sono di dominio pubblico, le speranze dei risparmiatori di
riavere indietro i soldi furono quasi nulle. Forse i pronipoti nel 1988! Questa
é la data degli impegni assunti con l'Inghilterra e l'America per i rimborsi.
Altro che guerra vinta! Ogni nuovo nato si portava dietro fino a sessantaotto
anni la "follia" della Grande Guerra, che era più coerente averla chiamata "La
Grande Obbligazione a futura memoria".
La soluzione che ha adottato il governo per far fronte ai debiti e alle spese
sostenute in guerra è stata quella di aumentare le tasse; con la conseguenza di
far aumentare il costo della vita e ha bloccato ulteriormente gli investimenti
produttivi. Ma quello che indignava i 4.500.000 reduci, era che il denaro
ricavato dal maggior prelievo fiscale serviva buona parte solo per pagare gli
interessi dei Buoni del Tesoro (90 miliardi che erano stati emessi per
finanziare la guerra) posseduti da chi la guerra non l'aveva fatta, e che ora
con il paese dissanguato da uno stillicidio di tasse, quel parassita ci
guadagnava pure!
Una realistica analisi la fece De Ambris (l'amico di D'Annunzio nell'avventura
di Fiume) ed allarmò ancora di più: lo Stato tassando in questo sciagurato modo,
causava la paralisi della produzione e gli investimenti, facendo salire
l'inflazione e la disoccupazione. Inoltre essendo il debito troppo grande, "non
lo avrebbe mai annullato questo debito". Occorrevano decine di anni. Tanto
valeva correre il rischio di fare una rivoluzione, e anche se era una oscura
"avventura", non c'erano altri sbocchi in questo quadro globale confuso,
contraddittorio, ma anche piuttosto drammatico.
La guerra ha provocato dunque due fenomeni. 1) L'industria pesante ha registrato
un enorme sviluppo con la produzione bellica; che però é andata a drenare e a
convogliare tutte le risorse disponibili nel modo più selvaggio, favorendo solo
su un ristretto gruppo di industriali (si pensi alla Ansaldo e alla Fiat,
entrambe dall'inizio alla fine della guerra, passarono da 5.000 a 50.000
operai); scarsa -per non dire nessuna- considerazione sulla media e piccola
impresa che, rimasta senza risorse (prima, durante e ancora peggio dopo la
guerra), in pochi anni era quasi scomparsa. Il conflitto ha accelerato così il
processo di concentrazione sia industriale sia bancario. Negli anni di guerra il
legame grande industria-banca si é fatto sempre più stretto. A guerra finita
-finite le commesse militari- entrata in crisi la prima, l'altra seguì la stessa
sorte ma senza tanti traumi, anzi si prese il lusso con i capitali accumulati e
le quote di azioni e gli immobili fagocitati in cambio di crediti inesigibili,
di riuscire a traghettare il potere dello Stato a questa nuova emergente forte
borghesia, non aristocratica, ma altamente produttiva, persino da proteggere
(Come l'invio dell'esercito ai cancelli della Fiat per far entrare i "crumiri"
disponibili a sostituire i "ribelli").
E' il primo passo di un patto scellerato dell' impotenza politica, che
(servilmente) ipocritamente si giustifica (chi ha messo in bocca queste frasi lo
possiamo solo immaginare) con quello che sarà d'ora in poi un ritornello: "lo
facciamo per salvaguardare il patrimonio produttivo del Paese, per salvare
l'occupazione, per dare lavoro a tutti". In nome di questa "evangelica
missione", le altre armi ricattatorie dei poteri forti saranno in seguito anche
le innumerevoli sollecitazioni a svalutare la moneta, con tutte le conseguenze
negative sulle importazioni di beni di prima necessità; perfino alimentari. Poi
questo durerà fino alla fine degli anni Novanta, con Mussolini prima e senza
Mussolini dopo. O con il fascismo o con la repubblica, i ricatti sempre gli
stessi erano.
Avviene poi il secondo fenomeno che è l'effetto del primo: questa nuova classe,
ora chiamata dei "grandi produttori", moderna e spregiudicata, divenuta forte,
progressivamente esautora non solo i sindacati ma anche la classe politica,
ormai logora, antiquata, anacronistica, fatta di conservatori, di aristocratici,
di borghesia liberale ma con il Dna feudale, avversi ad ogni mutamento. La
grande industria é costretta (e fa di tutto) a scaricarla se vuole andare avanti
con certe ambizioni per imitare il modello americano.
La nuova classe -poche famiglie- sono ora i padroni dell'Italia. D'ora in avanti
qualsiasi politico dovrà fare prima i conti con loro, perchè sono in grado di
crearli e anche di distruggerli i politici. Di condizionarne le scelte
economiche e gli indirizzi. Divenuti potenti, la grande industria e le grandi
banche sono una forza sola. Inoltre entrando la prima di prepotenza dentro i
giornali fornisce i mezzi propagandistici ai politici graditi, che ora sono gli
industriali a scegliersi; la seconda forza (le banche - dove i padroni spesso
sono gli stessi grandi industriali) con i suoi nodi scorsoi sul credito, domina
il resto della produzione nella media e piccola impresa, e spesso quest'ultima è
asservita, è clientelare, utile solo per allargare il "nuovo regno" di quella
grande. Il potere forte fa insomma quello che vuole, quando vuole, con chi
vuole, dove vuole. I politici che ora si scelgono d'ora in avanti saranno solo
dei soggetti manovrabili. Burattini che a loro volta muoveranno altri fili: con
la propaganda ideologica, il patriottismo, la retorica risorgimentale (una
parola che useranno socialisti, i fascisti poi anche gli antifascisti) e
l'oratoria autoritaria. Droghe utili e necessarie che servono per avere la massa
a servizio e ottenerne il consenso. Come e con cosa? Ma con l'informazione, con
i giornali degli stessi industriali subito messi a disposizione del regime.
("Vuole un giornale sig. Mussolini?, non si preoccupi, ci pensiamo noi, in 24
ore lei avrà un giornale, la sede, la tipografia, la redazione, i giornalisti e
tutto il resto". Questa è la potenza del grande capitale!).
La cartina d'Italia, col "nuovo regno", se la prendiamo e iniziamo a tracciare
l'organigramma di questo nuovo potere e ad annotare una ad una le nuove società
industriali e finanziarie che orbitano come satelliti attorno a quelle "forti"
(queste non arrivano a una decina), la rete che ne viene fuori é tale che vi
troviamo imbrigliata nelle maglie tutta l'economia nazionale. Quando se ne
occuperà Beneduce, sarà lui a stendere una complicata rete. Una rete che non
termina con la fine del fascismo, ma ha una sua continuità per quasi tutta la
seconda metà del secolo. Quando una paio di grandi aziende, e un paio di
finanziarie riusciranno a condizionarne altre 20.000/30.000.
Con il fascismo assisteremo alla grande concentrazione fra società e banche:
"Serve ed é necessario- dicono gli economisti legati al carro dei "Signori del
Triangolo" - a trasformare l'apparato produttivo del Paese in un modo razionale,
a produttività e competitività molto forte".
E' una logica imprenditoriale ineccepibile, ma ha il rovescio della medaglia:
perchè diventa forte anche politicamente. L'avvento del fascismo viene a costoro
utile e permette di fare i primi passi. Li autorizza il regime a fare anche le
prime "prove d'orchestra" dietro lo quinte. Poi cinicamente sbarazzatosi del
teatrante di turno, dal '45 in poi il "grande capitale" sale prepotentemente sul
"palco" a dirigere l'orchestra intera e a mettere altri insignificanti attori a
recitare; chiamata "razza padrona" oppure "uomini di governo". Poi con un
liberismo senza più nessuna etica, si permetteranno arrogantemente di uscire
anche allo scoperto e riusciranno anche ad essere l'uno e l'altro. E se qualcuno
farà notare che ci sono i conflitti di interessi, si metteranno a ridere, anche
perchè sono coscienti di potersi permettere di "comperare" chi ha il coraggio di
contestare; impiegano poco tempo e denari per legarlo al proprio carro.
BENEDUCE in questo 1921 è già amministratore delegato dell'INA, poi guiderà la
Bastogi, creerà lui e gestirà lui quasi in forma privata il colosso IRI, l'IMI,
e mille altre imprese, banche, enti e finanziarie, pubbliche e private (il 25%
dell'intera industria italiana, quella che conta e domina l'altro 75%) poi
lascerà tutti i segreti degli intrecci (dare e avere oscuri) e tutta l'"autorità
occulta" a suo genero ENRICO CUCCIA, che ha sposato IDEA SOCIALISTA (che era il
nome della figlia di Beneduce, non confondiamo con le "idee socialiste"! Siamo
invece nel grande capitalismo; quello molto "forte")
Per anni nel bene e nel male,
Mussolini riempirà molte pagine di storia del nostro secolo. Ci saranno
intuizioni politiche da grande statista; diventerà per gli industriali l'uomo
qualificato a ristabilire l'ordine; "della provvidenza" per il clero nel dare la
soluzione a problemi secolari (il concordato); e varerà ottime istituzioni
sociali ed economiche che sono giunte integre fino a noi (che vedremo in questi
anni e in altre pagine ). Fu tutto il centro motore del suo movimento, il
fascismo, anche se con gli anni sempre più distaccato da un contatto più diretto
con i suoi collaboratori; sarà il promotore di un regime totalitario che poggiò
per qualche tempo sul consenso di massa, che demagogicamente fu abile a
sollecitare attraverso coreografiche manifestazioni, con i mezzi di
comunicazione e gli slogan.
Non mancò il prestigio internazionale di un certo periodo del '29 e dintorni. In
questi anni, preso dal miraggio di mutare a vantaggio dell'Italia lo statu quo
internazionale (che era in crisi- compresi gli Usa) lui Benito Mussolini, allora
antitedesco, il 12 gennaio del 1932, faceva pubblicare sul giornale <<Popolo
d'Italia>> il seguente articolo, con lo scopo di sensibilizzare l'opinione
pubblica europea, contro il "pericolo delle conferenze internazionali" :
(Losanna ecc.)
"I popoli che si avviano faticosamente e fra inaudite miserie, ad uscire da uno
degli inverni più tormentati che la storia ricordi, appena paragonabile
all'ultimo inverno di guerra nelle trincee, ora che la data della Conferenza di
Losanna è ufficialmente fissata, si domandano: Che cosa accadrà? Avremo una
definizione del problema debiti - riparazioni o sarà rinviato ancora una volta?
Noi avremo una soluzione radicale oppure avremo una soluzione di compromesso che
dilazionando nel tempo le difficoltà, non farà altro che complicare le cose
all'infinito?
I governi d'Europa daranno ancora una volta prova di quella tremenda abulia che
sembra paralizzarli tutte le volte che devono affrontare un problema e che li
conduce quindi a polverizzare lo stesso durante i lavori delle Commissioni?
Queste ed altre domande affollano il nostro spirito.
La conferenza di Losanna deve giungere a quello che ormai si chiama il "colpo di
spugna", deve concludersi con la cancellazione del dare e dell'avere nella
tragica contabilità della guerra.
Non è affatto esagerato affermare, così ha detto l'on. Alessandro Shaw (deputato
del Regno Unito, n.d.r.) che la struttura economica e sociale dell'Europa si
avvicina al precipizio; la cruda verità è che se le cose vanno avanti così come
stanno andando, la scelta è semplicemente fra il ripudio dei debiti ed il caos.
Invece di una libera partecipazione con uomini e mezzi alla causa, gli alleati
hanno tracciato la più strana, illogica, antistorica distinzione. Quando un
proiettile americano è stato sparato da un artigliere americano ... con un
cannone americano, gli Stati Uniti non hanno imposto agli alleati di pagare nè
l'uomo, nè il costo del proiettile. Ma quando il proiettile americano è stato
sparato da soldati alleati per il medesimo scopo, per la causa comune, nello
stesso comune interesse... questo ha creato un debito in oro da pagarsi agli
Stati Uniti. Mai prima d'ora nella storia era stato mai stato così ingiustamente
applicato. Il giusto messaggio che tutto il mondo aspetta è: << Rimetti i nostri
debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori".
Mussolini abbandonò le cautele e, con un atteggiamento di grande e palese
insofferenza, entrò in urto con le potenze occidentali (veramente poco sensibili
ai problemi di alcuni stati europei - e perfino tra di loro) e iniziò a
rafforzare legami proprio con una Germania dove c'era un Hitler con gli stessi
suoi problemi, figura ancora modesta ma grande suo ammiratore e con ambizioni
più grandi delle sue. L'accordo formale che molto tempo dopo seguì (il patto
d'acciaio) fu un grave errore di valutazione, che dopo pochi mesi non si poteva
più riparare.
L'errore fu ancora più grande quando ebbe la convinzione che Hitler dopo i suoi
blitz vittoriosi soprattutto in Francia, conquistasse e mutasse l'intera cartina
d'Europa. Nel timore di essere escluso da questa spartizione (e con lui molti
italiani) , pur al corrente dello stato di impreparazione militare del proprio
paese (è lui stesso a informare Hitler in una famosa lettera del '39; a dirgli
che non è pronto) decise, cercò, tentò, s'illuse, si sentì forse obbligato (una
parte non indifferente del Paese lo sollecitava) ad intervenire militarmente al
suo fianco per potersi ritagliare a guerra finita, i migliori vantaggi possibili
per l'Italia.
Ma altro non poteva fare. Aveva le armate tedesche al Brennero e a Tarvisio dopo
il disimpegno a est. E se si appoggiava alla Francia e all'Inghilterra, visto
poi come si squagliarono i loro eserciti e le loro difese (non capaci neppure di
difendersi in casa propria, figuriamoci se accorrevano in Italia!) l'invasione
dell'Italia da ovest, dal nord, e da est sarebbe avvenuta in 24 ore. In Alto
Adige c'erano già 250.000 tirolesi che l' aspettavano.
(Vi rimandiamo ai vari fatti narrati nei singoli anni di Cronologia a partire
dal 1939)
Venne
poi l'esito disastroso tedesco in Russia, ma ormai era troppo tardi per tirarsi
indietro, contro l'Italia c'erano tutte le potenze (che Mussolini sottovalutava)
che avevano deciso di fermare l'egemonia nazista, quando quella fascista era già
naufragata molto prima del 25 luglio 1943, cioè quando il Paese si sentì
estraneo nella guerra e finalmente capì che Mussolini era un uomo senza piu'
consensi, perdente, e soprattutto solo, non essendosi circondato da persone
capaci e intelligenti, ma solo di consiglieri che non operavano con realismo
nelle situazioni (vedi inizio della guerra contro la Francia, e vedi poi quella
in Grecia), che invece stavano maturando ed evolvendosi. Anzi si boicottavano
l'un l'altro. Vedi le tre Armi.
Momenti drammatici, dove si rispondeva per coprire questi guasti interni, con
solo grandi bluff militari, politici, culturali e di costume, sempre guidati da
operatori e propagandisti di bassa levatura. Ma soprattutto c'erano dentro
dirigenti e generali, nobili e gerarchi che volevano fare i "Generali". Ma che
ritroveremo subito -dopo l'8 settembre- a guidare l'antifascismo per ritornare a
fare i dirigenti e i generali.
Questo significa che era solo, ma Mussolini non se ne era reso conto.
Nel discorso del 25 ottobre 1938, analizzando bene le parole di
Mussolini, appare già questa solitudine. E' uno statista perdente! La
situazione precipitava davanti a una realtà oggettiva del Paese che dimostra
subito quanto effimeri, artificiali, e come erano sempre suonati falsi, gli
accenti eroici, i toni di sfida di una certa propaganda. Era quello già il
discorso della sconfitta, soltanto che lui non se ne era reso ancora conto,
anche se lo aveva intuito: gli italiani che "contavano" invece sì; non per nulla
questa intuizione la esternò con amarezza proprio in questo discorso: "....quel
mezzo milione di vigliacchi borghesi che si annidano nel paese". Infatti, quelli
che proprio lui aveva fatto diventare ricchi, gli avevano già voltato le spalle.
Un "25 luglio" infatti fu già cospirato il 19 ottobre del 1939 e quasi dagli
stessi uomini del successivo '43: Grandi, il Re, il principe Umberto, Balbo. (
VEDI )
Quello che avvenne in seguito fu una tragedia. La sua, e insieme quella di un
popolo e di una nazione, dove alcuni vecchi antiquati generali presero i
migliori uomini per mandarli allo sbaraglio, in Grecia, in Africa, (e
scelleratamente a piedi) in Russia. Inquietanti personaggi che poi caduti nella
polvere, e molti nel disonore, caduto lui,
Mussolini, gli italiani in armi li abbandonarono, scapparono, aggiungendo
tragedia a tragedia (8 settembre '43). Scapparono, ma poi li ritroveremo tutti,
ma proprio tutti, dopo pochi giorni dentro i meandri degli stessi Palazzi a
guidare il Paese, mentre i più disgraziati, iniziarono a darsi la caccia l'un
l'altro.
Interpretazione del Tema di
Nascita di
Benito Mussolini
CARATTERISTICHE GENERALI
Avete una personalità decisamente estroversa, amante della compagnia, della vita
mondana, dei divertimenti. Sembra quasi che viviate in funzione degli altri.
La vostra vita spirituale è alquanto limitata e poco intensa, e
probabilmente avrete delle difficoltà o delle insicurezze nelle azioni.
Qualunque attività intraprenderete, avrete sempre il secondo fine di farvi
notare. Infatti sapete attirarvi le simpatie altrui, e riuscirete facilmente a
raggiungere delle posizioni sociali elevate e influenti, grazie soprattutto a
circostanze favorevoli e all'aiuto del prossimo più che per meriti personali.
Questa configurazione planetaria favorisce generalmente attori, cantanti,
stilisti, ecc.
Avete una personalità forte e volitiva. Siete animati da un grande spirito
di iniziativa, orientati all'autonomia e dotati di attitudini al comando anche
se talvolta l'eccessiva fiducia nei vostri mezzi vi porta al dispotismo e al
fanatismo. Insofferenza per i legami troppo protratti nel tempo.
CASE
Casa I:
è il settore dove si trova l'Ascendente. Rappresenta la personalità, il
comportamento, l'aspetto fisico e l'eredità genetica
CASA I IN SCORPIONE
Il nativo lotta contro il gruppo. Disposizioni attive, energiche,
irriducibili. Volontà possente e tirannica, forza spartana. Temperamento bilioso
portato alla vendetta.
MAESTRO DI CASA I IN CASA 8
Interessi per la sfera della salute, della morte, di ciò che è nascosto, dei
capitali, del denaro. Il nativo può avere doti di persuasore occulto.
MAESTRO DI CASA I IN CASA VII
Forte vocazione al matrimonio. Un ruolo importante può essere svolto anche
nelle associazioni.
Casa 2:
indica il denaro guadagnato coi propri mezzi, la realizzazione o meno sul
piano economico
CASA 2 IN SAGITTARIO
Mancanza di senso critico nell'amministrazione delle proprie economie con
tendenza a spendere eccessivamente. C'è troppa fiducia nel prossimo in campo
finanziario. I guadagni possono provenire dall'insegnamento o da rapporti con
l'estero.
MAESTRO DI CASA 2 IN CASA 9
Denaro guadagnato distante o all'estero o grazie all'esportazione.
Insegnamento.
Casa 3:
rappresenta il grado di socializzazione, l'ambiente in cui vive il soggetto,
fratelli, parenti, cugini. E' anche il settore degli studi, degli scritti e dei
mezzi di trasporto
CASA 3 IN CAPRICORNO
Pochi o nessun fratello. Ambiente scolastico duro e pesante. Studi ritardati
o interrotti. Lo spirito si fa conservatore e ci possono essere mire politiche.
MAESTRO DI CASA 3 IN CASA VII
Il nativo arricchisce il coniuge con le sue doti intellettuali. Scambi e
condivisione di interessi intellettuali col partner. Corrispondenza epistolare
che sfocia nel matrimonio. Viaggi con il coniuge per motivi di lavoro.
Casa IV:
rappresenta la famiglia d'origine e il rapporto coi genitori. Dà indicazioni
anche sulla seconda parte della vita
CASA IV IN ACQUARIO
Famiglia d'origine libertaria. Originalità in famiglia. Ultima parte della
vita passata presso amici o in viaggi avventurosi. Possibile instabilità della
vita famigliare. La casa è frequentata da molti amici.
MAESTRO DI CASA IV IN CASA X
Genitori che trasmetteranno al nativo la loro situazione sociale.Importante
elevazione nella seconda parte dell'esistenza.
MAESTRO DI CASA IV IN CASA VII
Contratti immobiliari. Beni immobili lasciati in eredità al coniuge.
Casa 5:
è la casa dell'amore, dei divertimenti e della creatività artistica. Indica
come sarà l'atteggiamento verso i figli
CASA 5 IN PESCI
Sacrificio in amore: il nativo potrà trovarsi lontano dal partner o
sfuggirlo. Delusioni o sublimazione. Mistero e ignoto in questo campo. Favorisce
l'ispirazione poetica e il talento musicale. Figlio geniale, o mistico, o con
problemi nevrotici.
MAESTRO DI CASA 5 IN CASA VII
Il nativo sposerà la persona amata: legalizzazione di un legame; matrimonio
d'amore, specialmente se il maestro in questione è Venere o il Sole. |
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