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Scienza e tecnologia
L'impero
della cocaina
di Roberto Saviano
È il petrolio bianco il vero miracolo
del capitalismo moderno. Una ragnatela mondiale che ha nella camorra il
suo terminale. E che dà ai clan un fatturato 60 volte superiore a quello
della Fiat.
Non esiste nulla al mondo che possa competervi. Niente in grado di
raggiungere la stessa velocità di profitto. Nulla che possa garantire la
stessa distribuzione immediata, lo stesso approvvigionamento continuo.
Nessun prodotto, nessuna idea, nessuna merce che possa avere un mercato
in perenne crescita esponenziale da oltre vent’anni, talmente vasto da
permettere di accogliere senza limite nuovi investitori e agenti del
commercio e della distribuzione. Niente di così desiderato e
desiderabile. Nulla sulla crosta terrestre ha permesso un tale
equilibrio tra domanda e offerta. La prima è in crescita perenne, la
seconda in costante lievitazione: trasversale a generazioni, classi
sociali, culture. Con multiformi richieste e sempre diverse esigenze di
qualità e di gusto. È la cocaina il vero miracolo del capitalismo
contemporaneo, in grado di superarne qualsiasi contraddizione. I rapaci
la chiamano petrolio bianco. I rapaci, ovvero i gruppi mafiosi nigeriani
di Lagos e Benin City divenuti interlocutori fondamentali per il
traffico di coca in Europa e in America al punto tale che in Usa sono
presenti con una rete criminale paragonabile soltanto, come racconta la
rivista ‘Foreign Policy’, a quella italoamericana. Se si decidesse di
parlare per immagini, la coca apparirebbe come il mantice di ogni
costruzione, il vero sangue dei flussi commerciali, la linfa vitale
dell’economia, la polvere leggendaria posata sulle ali di farfalla di
qualsiasi grande operazione finanziaria. L’Italia è il paese dove i
grandi interessi del traffico di cocaina si organizzano e si strutturano
in macro-strutture che ne fanno uno snodo centrale per il traffico
internazionale e per la gestione dei capitali d’investimento.
L’azienda-coca è senza dubbio alcuno il business più redditizio
d’Italia. La prima impresa italiana, l’azienda con maggiori rapporti
internazionali. Può contare su un aumento del 20 per cento di
consumatori, incrementi impensabili per qualsiasi altro prodotto. Solo
con la coca i clan fatturano 60 volte quanto la Fiat e 100 volte
Benetton. Calabria e Campania forniscono i più grandi mediatori mondiali
nel traffico di coca, in Campania sono avvenuti i maggiori sequestri
d’Europa degli ultimi anni (una tonnellata solo nel 2006) e sommando le
informative dell’Antimafia calabrese e napoletana in materia di
narcotraffico, si arriva a calcolare che ‘ndrangheta e camorra trattano
circa 600 tonnellate di coca l’anno.
La strada africana, la strada spagnola, la strada bulgara, la strada
olandese sono i percorsi della coca infiniti e molteplici che hanno un
unico approdo da cui poi ripartire per nuove destinazioni: l’Italia.
Alleanze strettissime con i cartelli ecuadoregni, colombiani,
venezuelani, con Quito, Lima, Rio, Cartagena. La coca supera ogni
barriera culturale e ogni distanza tra continenti. Annulla differenze,
nell’immediato. Unico mercato: il mondo. Unico obiettivo: il danaro. In
Europa, ‘ndrangheta e camorra riescono più di ogni altra organizzazione
a movimentare la cocaina. Spesso in alleanza tra loro, alleanze nuove e
inedite tra gruppi a cui i media italiani tradizionalmente riservano
un’attenzione marginale e cronachistica, lasciando che nel cono d’ombra
generato dalla fama di Cosa Nostra continuassero a migliorare e
trasformare le loro capacità di importazione e gestione della coca. I
giovani affiliati della ‘ndrangheta, come emerge spesso dalle inchieste
dell’Antimafia calabrese, ormai non la chiamano più col suo nome arcaico
e dialettale, ma Cosa Nuova. E che Cosa Nuova possa essere l’adeguata
definizione per un’organizzazione sempre più trasversale e in
strettissima alleanza con i cartelli napoletani e casalesi della camorra
è qualcosa in più di un semplice sospetto. Tra Sud America e Sud Italia
sembra esserci un unico cordone ombelicale che trasmette coca e danaro,
canali noti e sicuri, come se esistessero immaginari binari aerei e
gallerie marine, che legano i clan italiani ai narcos sudamericani.
Una volta su una spiaggia salernitana ne avevo incontrato uno. L’unico
che sembrava provare soddisfazione nel farsi chiamare narcos.
Stravaccato sulla sdraio, ascelle aperte al sole, raccontava di sé con i
silenzi giusti per alimentare la curiosità e non saziarla. Raccontava di
sé senza dare nessun dettaglio che potesse divenire prova, faceva
intendere ciò che era e lasciava che su di lui fioccassero leggende. Era
uno che si diceva amico di un capo guerrigliero colombiano, Salvatore
Mancuso, ne parlava come di una sorta di semidio, una potenza in grado
di far muovere capitali immensi e di legare il Sud Italia alla Colombia
con un unico indissolubile nodo scorsoio. Ma quel nome non mi diceva
niente. Un nome italiano in Colombia, uno dei molti. Poi, qualche anno
dopo, venni a conoscere ogni centimetro di leggenda e di inchiostro
giudiziario. Salvatore Mancuso è il capo delle Auc (Autodefensas Unidas
de Colombia), i paramilitari che da decenni dominano su oltre dieci
regioni dell’interno della Colombia, contendendo paesi e piantagioni di
coca ai guerriglieri delle Farc. Mancuso è responsabile di 336 morti tra
sindacalisti, sindaci, pubblici ministeri e attivisti per i diritti
umani: secondo le sue stesse ammissioni fatte al tavolo della
commissione Giustizia e pace, istituita nell’ambito del negoziato tra i
paramilitari e il governo del presidente colombiano Alvaro Uribe.
Salvatore Mancuso è riuscito ad evitare ogni richiesta di estradizione
sia negli Usa che in Italia, dove vorrebbero che venisse a rispondere
delle tonnellate di coca esportate, perché per evitarle si è fatto
arrestare.
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Società e cultura
Cittadinanza attiva, sì. Ma cosa
possiamo fare?
di Lorenzo Fazio | 21 ottobre 2012
Tante volte incontro persone che mi chiedono: ma io che
cosa posso fare? Come si fa a cambiare questa situazione così compromessa?
Nella domanda c’è a volte anche la risposta: noi non possiamo fare niente se
non votare e indignarci. Un atteggiamento che comporta conseguenze limitate,
non coinvolge altri e non consente se non in modo molto indiretto a
determinare una situazione o a favorire un cambiamento. Invece no. Sono
molte le cose che si possono fare e in tanti ci stanno provando.
Sono andato a Cagliari e a Fordongianus per partecipare a una serie di
incontri organizzati dalla associazione Liberos ideata da Michela Murgia e
altri amici per ricostituire in Sardegna un tessuto sociale e politico
all’insegna della cultura e dei libri. Come dire: mentre il governo continua
a tagliare fondi alla scuola e al ministero della cultura, noi ci diamo da
fare da soli e proviamo a investire energie e soldi là dove le istituzioni
disinvestono sapendo bene che la partita si gioca sulla cultura, soprattutto
in un paese come il nostro: finita la crisi, i paesi che riusciranno a
ripartire più velocemente avranno investito in ricerca e istruzione. Noi
invece andiamo indietro anche come numero di lettori. E allora ecco
l’iniziativa di Liberos che coinvolge bibliotecari, associazioni culturali,
librerie, comuni, semplici lettori, case editrici, scuole, tutti impegnati a
non lasciare soli i libri e a farli circolare creando occasioni di incontri
e di confronto. Bisogna partire dal locale, dal più piccolo per trasmettere
un messaggio positivo e coinvolgente.
Un altro esempio viene dalle Tedx di Reggio Emilia (20 ottobre) a cura di
Riccardo Staglianò. Le persone selezionate raccontano in diciotto minuti
quello che hanno provato a fare contro la crisi: per esempio Laura Gioia,
una ragazza giovanissima, con altri amici di Napoli ha preso scopa e zappa e
avviato la pulizia delle strade piantando fiori e piante là dove nessuno ce
li aveva messi. Persino giù giù nella scala sociale ci si può organizzare:
prendete Wainer Molteni, barbone, che ha provato a raccogliere i suoi
compagni e a reagire attrezzandosi per dare da magiare a tutti e ritrovare
la dignità. O gli operai che hanno rilevato la fabbrica che stava chiudendo,
o il giovane emiliano che con la famiglia prova a rilanciare l’azienda
distrutta dal terremoto invitando sulla rete a comprare le forme di
parmigiano danneggiate, o ancora il sindaco di Capannori che dimostra che
una città può essere davvero governata dalla gente.
Non sono eroi, ma cittadini attivi che se ne fregano dei politici e di
quello che dice il tg delle 20. Loro fanno. Qualcuno li seguirà, speriamo in
tanti.
di Lorenzo Fazio
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