Università, la grande
fuga
di Letizia Gabaglio e Daniela Minerva
Negli Stati Uniti e in
Inghilterra, naturalmente. Ma anche in Australia, in Corea e perfino in
Cina. I ragazzi che scelgono di studiare all'estero sono sempre di più.
Ecco perché e dove.
Per loro, il mondo è alla portata di un click. I
ragazzi che devono scegliere oggi la carriera universitaria sono i veri
nativi digitali, muovono velocemente i polpastrelli sui nuovi monitor
per cercare, evidenziare, allargare un fiume sconnesso di informazioni
casuali che vengono da ogni angolo del pianeta. Parlano un italiano
meticcio, sincopato e abbreviato come fosse pensato per un sms e
sembrano capirsi quando chattano con coetanei di mezzo mondo. Sbuffano e
scalpitano pensando agli atenei nostrani, non sanno immaginarsi alle
prese col mercato del lavoro italiano che sembra lo stesso che accolse i
loro genitori. Perché a loro basta un click per lasciarsi alle spalle la
polvere dell'Italia. Per entrare in quei mondi che sembrano fatati:
Harvard, Mit, Oxford, Barcellona; o magari Tokyo, Singapore, Canberra
per i più coraggiosi; e oggi anche Pechino o Seul. Perché no, allora?
Perché non scegliere le biblioteche digitali, i super laboratori, i
professori più famosi del mondo, e il sogno: americano, cinese o
spagnolo che sia?
A sentire tutti gli addetti ai lavori intervistati da "L'espresso" per
questa inchiesta basterebbe una semplice ragione: l'università italiana,
con tutti i suoi guai, fornisce una buona preparazione; così buona che
poi, quando vanno all'estero, i nostri giovani spesso vengono
acchiappati da mercati del lavoro molto più dinamici che sanno
valorizzarli; e i media parlano di fuga dei cervelli. Eppure sono più di
42 mila i ragazzi italiani che nel 2008 hanno deciso di studiare
all'estero, come fotografa l'indagine "Education at a glance 2010"
dell'Ocse: vanno soprattutto in Germania (più di 7.300), e in Austria
(più di 6 mila), ma anche nel Regno Unito, in Francia, in Svizzera, in
Spagna e negli Stati Uniti. E oggi cominciano a muoversi verso Est .
Conviene o no a questi ragazzi lasciare gli atenei italiani e
ripresentarsi ai datori di lavoro con un titolo inglese, americano o
cinese?
La risposta degli esperti, anche a questa domanda, è pressoché univoca:
conviene se si sono stufati del Paese e vogliono andarsene tout court
attratti da situazioni più dinamiche. E conviene, certamente, un periodo
trascorso fuori, un anno con l'Erasmus (vedi box a pag 80) ad esempio,
ma anche di più: i dati del Consorzo Alma Laurea, che da anni monitora
l'occupazione dei laureati, indicano chiaramente che aver fatto l'Erasmus
aiuta a trovare lavoro. Ma, commenta Andrea Cammelli, direttore di Alma
Laurea: "È bene che si formino qui e usino le esperienze straniere per
irrobustire il lavoro fatto nei nostri atenei".
Innanzitutto perché il mercato del lavoro italiano per lo più non è
pronto ad accogliere giovani che tornano parlando una o due lingue,
muovendosi in ambienti hi-tech con estrema dimestichezza, magari pieni
di idee, ma anche un po' disadattati rispetto agli equilibri nostrani.
Che faticano a integrarsi. Come spiega ancora Cammelli: "Il 95 per cento
del nostro sistema produttivo è fatto di piccole e medie imprese per lo
più rette da dirigenti scarsamente scolarizzati. Che fanno fatica a
mettersi in casa dei giovani troppo titolati. Li temono, hanno paura che
terremotino gli equilibri in azienda. Chi va a fare l'università
all'estero può avere degli atout per una grande impresa, la fascia alta
che rappresenta ancora una fetta molto piccola del mercato del lavoro".
La ricetta allora è già scritta: l'ateneo giusto e esperienze
all'estero. E, un po' a sorpresa, il trend è il medesimo anche per i
giovani laureati in materie scientifiche che aspirano a un lavoro
nell'hi-tech, il settore più internazionalizzato che ci sia. Come
conferma l'astrofisico Giovanni Bignami, oggi docente allo Iuss di Pavia
ed ex direttore dell'Agenzia spaziale italiana e dell'Istituto spaziale
francese: "Sono poche le realtà industriali che percepiscono
l'importanza di una formazione maturata all'estero, che apprezzano il
valore di un dottore di ricerca. Si tratta di industrie molto brillanti
disposte ad investire sulle persone".