FaceBook, Face Book, scrittori italiani su Facebook, immagini di un'Italia più vera

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FaceBook e le "facce d'Italia"
di Gian Paolo Serino

L'altra faccia di FaceBookSu Facebook gli scrittori italiani ci mettono la faccia, ma molte volte la perdono. Ciò che i libri spesso non rivelano, il lato imprenditoriale che sta dietro l’arte di scrivere, su Facebook diventa uno strumento di comunicazione e marketing mascherato da «siamo tutti amici».
Proprio su Facebook, «il libro delle facce» online, ultimi arrivati a invadere lo spazio del web sono i nostri autori. Quello che negli Stati Uniti è uno strumento ormai appannaggio degli uffici stampa e delle case editrici, che anche su Facebook gestiscono i propri maggiori scrittori come fossero rockstar, in Italia ancora non lo è. Se non una fortuna, è certo una sorpresa: in Italia gli scrittori usano Facebook ancora dal punto di vista artigianale. Un impeto spontaneista da Fiera delle Vanità con risultati esilaranti. Mentre case editrici e uffici stampa sono più moderati, mettono online il proprio profilo e raramente comunicano le proprie iniziative, i nostri autori si scatenano nel rendere Facebook non solo la propria seconda casa, ma spesso anche la loro «second life».
Moltissimi gli scrittori che ancora non hanno creato un proprio profilo: i più gettonati si affidano a spontanei (?) fan club, da Camilleri a Lucarelli, da Baricco a Moccia. Tra i bestselleristi, a confermarsi ancora una volta il più attento comunicatore è Roberto Saviano che per Facebook ha adottato una strategia da «Scuola holding». All’inizio è apparso come scrittore in carne e ossa. Poi è arrivato il suo fan club. Ha stretto amicizie con intellettuali, scrittori e giornalisti contenti di poterlo mostrare nel proprio network di amici. Raggiunti i 5mila amici, massimo consentito dagli amministratori del portale, è scomparso il paladino e cortese Roberto ed è apparso il suo staff che «gentilmente ringrazia» e comunica a tutti che «questo spazio - benché ufficiale - non è gestito direttamente da Roberto Saviano, ma i vostri messaggi verranno da noi girati alla sua casella postale». Con buona pace di chi credeva di essere un amico e non un fan (che tra l’altro sono circa 2mila, meno della metà dei suoi amici). Insomma l’autore di Gomorra è l’unico scrittore ad avere più amici che fan. Una grande «famiglia» che, per quanto ne sappiamo, non comunica con i pizzini, ma via mail poi girate, non si sa bene da chi, allo scrittore. Noi, a oggi, abbiamo provato a inviargli 12 messaggi. Accendiamo ogni mattina come gli antichi guardavano l’oracolo di Delfi ma, sino ad ora, nessuna risposta.
Una vera e propria macchina culturale instancabile è Giuseppe Genna, veterano del web e tra i primi a diventare facebookini (termine che sostituirà sanbabilini nella nostra Italietta delle lettere?). Genna è un inguaribile romantico, quasi sempre online, comunica con passione e sincerità: come un moderno corsaro del web è pronto a perorare qualsiasi causa letteraria, a piangere per l’amico David Foster Wallace, a stendere lenzuoloni di critiche positive su amici del quartierino narrativo (i Wu Ming sono i suoi preferiti) ma anche a fare online della vera cultura. Non a caso il suo blog, ospitato dal portale web de La7, merita la visita ed è oggi il più commentato su Internet. Genna, a parte le connessioni amicali alla Wu Ming, è davvero l’unico spontaneo agitatore emotivo e culturale del web. Da precario dell’esistenza e del posto fisso, uno dei suoi annunci più frequenti è: «Cerco lavoro, serio, in azienda internet». Possibile che in un Paese civile gli intellettuali paghino sempre in prima persona? Il «Giugenna», come lo chiamano gli amici più vicini, «il miserabile scrittore», come lui ama definirsi da anni, non si scoraggia e confida nei sogni. Il suo è quello di fidanzarsi con «Valeria Parrella, se non fosse già sposata e le importasse un granulo di me».
A proposito di love story mancate: Aldo Nove non ha reticenze nello scrivere pubblicamente di essere innamorato di Paolo Perego, è iscritto al fan club di Cristina D’Avena e ama lasciare commenti che fanno riflettere. Il suo ultimo pensiero: «Negli oceani di tutto il mondo in questo momento spugne rilasciano i loro gameti». La soluzione dovrebbe essere di 6 caselle ma si accettano suggerimenti. Curioso, o forse non molto, il suo orientamento religioso: «Per me la Madonna esiste, Dio no». Un invito subliminale a leggere il suo ultimo libro di poesie Einaudi dedicate a Maria? Non lo sappiamo: con sicurezza possiamo leggere che per lui «La Bibbia è il libro più pulp di tutti i tempi», che «prima di uscire metto mischiati Jean-Paul Gautier 1 e Jean-Paul Gaultier Male» e che tra i suoi amici spiccano Anna Falchi, Letizia Casta e Walter Veltroni.
L’editore e articolista Alberto Castelvecchi afferma nel suo profilo di volere tra i suoi amici «nuovi nomadi, scrittori, pensatori, esperti web, pensatori liberi, viaggiatori spirituali». Divertente cercare di applicare le categorie dello spirito psichedelico di Castelvecchi ai suoi amici. Dove mettere la sua amica Melissa P? E Tinto Brass? E Anna Falchi? Saranno viaggiatori spirituali o pensatori? Castelvecchi non rinuncia mai nemmeno al rimpiangere i «vecchi tempi» riportando aneddoti che gli capitano quasi ogni giorno. L’altro ieri a Reggio Emilia, come scrive, ha chiesto «Scusi dov’è l’Inail? In via della Previdenza sociale». Tutto contento ha gioito della risposta mentre il lettore si chiede quando arriveranno le sue barzellette sui carabinieri.
Giulio Mozzi, consulente editoriale e scrittore, con la consueta verve alla domanda su quali programmi tv guarda risponde: «Non sono dotato di quell’elettrodomestico atto alla ricezione dei programmi televisivi». Nel suo profilo scopriamo che oltre a fare il talent scout per Sironi editore ed Einaudi collabora come ufficio stampa per la Federazione italiana dell’artigianato veneto. Non è dato sapere se sia una nuova casa editrice ma la paura rimane.
Raul Montanari, in assoluto il più venerato dalle donne di Facebook, comunica il suo stato d’animo turbato dal fatto di aver vinto «il mitico “Carrello d’oro” al supermercato Standa: 100 euro di spesa gratis» mentre nel profilo ammette che a scrivere «si campa bene» e che i suoi interessi sono «bizzarri». Si vorrebbe approfondire di più, ma poi si scopre che oltre a scrivere deve «andare in televisione a parlare dell’omicidio di Garlasco» e i suoi interessi bizzarri appaiono più chiari.
Le pagine più divertenti sono quelle di Roberto Cotroneo. Le sue citazioni preferite, infatti, sono le sue. Tipo l’incipit del suo romanzo Presto con fuoco: «Eppure deve esistere una calligrafia delle passioni». Non l’abbiamo ancora trovata ma poco dopo leggiamo che «stamattina Roberto è già sveglio» (ore 7) e alle 23: «Dopo una giornata di lavoro Roberto sa che siamo un paese in bilico». Che ci siano delle connessioni tra la sua giornata di scrittore e l’equilibrio della nazione?
Tommaso Labranca scrive che «legge Arbasino e si vergogna di quello che scrive». Non si capisce se provi pena per Arbasino o per se stesso. La sua genialità e ironia sono comprovate dai suoi commenti. «Ratzinger ha detto di non pensare ai soldi ma alla parola di Dio. Domani cerco di fare la spesa coi santini». Interessanti anche i suoi interrogativi esistenziali: «Ma una cassiera dell’Esselunga di Cl può rifiutare di accettare i condom alla cassa?». Pensieri che devono assillare il povero Labranca che qualche giorno dopo ammette tutto triste: «Tornato in rosso, bancomat bloccato".
Adolfo Frediani, direttore comunicazione del gruppo Il Saggiatore, ci fa riflettere e tremare quando leggiamo: «Sono di nuovo su un treno dove finalmente avrò tempo di leggere». Ma un editore di solito cosa fa? Ci spaventa anche Alessandro Zaccuri. I suoi libri preferiti sono l’Apocalisse di Giovanni e Moby Dick mentre la sua trasmissione più amata è Lost. Che ci sia qualche nesso da naufragio? In attesa del suffragio Zaccuri pubblica le sue foto assieme a Bocelli e a Paolo Bonolis: non sono Giovanni e Melville, ma, si sa, i tempi sono quelli che sono.
Ma il vero motore di Facebook sono gli aspiranti scrittori: dal celebre chirurgo plastico che propone i suoi libri di filosofia applicata all’estetica alle veline della scrittura, ventenni che ti mandano le foto sul letto prima di inviarti i loro scritti, agli scrittori dell’angoscia, sempre pronti a rifilarti il loro capolavoro mistery o la loro creazione fantasy. Stiliti del posto fisso, sempre collegati a Facebook, che se lavorassero, invece di stare sempre davanti al computer, davvero l’Italia andrebbe meglio. Perché il dramma di Facebook, scrittori compresi, è che sabato e domenica si spopola, non c’è quasi nessuno. Chiusi gli uffici non rimangono nemmeno le tracce d’inchiostro.
(Fonte: Il giornale)


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09 ottobre 2009 21.17
vittorio.doperti@alice.it
IP: 79.6.154.58
Vittorio Doperti

Certo non è il numero degli Amici che conta, su fb ci sono dei gruppi ,delle persone a cui serve un pò di contatto umano, degli scambi di opinioni ,gruppi di ragazzi e ragazze innamorati,di religiosi di sportivi e di ex militari come il mio caso, quindi non c'è solo perdita di ore di lavoro ,come qualcuno mi ha contestato ,per quello basta un pò di severità aziendale. certo ci sarà qualche eccezione, ma non è la regola.

Rispondi a Vittorio Doperti
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18 Jan 2009, 04:24:03 AM
Vittorio Doperti
vittorio.doperti@alice.it
IP: 87.8.35.162

Per quanto mi riguarda, le vedo come facce meravigliose, specialmente quelle che ho conosciuto in età giovanile ed adesso chiedono conferma del loro sogno realizzato. Non sta a me dare un giudizio sui loro scritti. Il fatto che abbiano raggiunto il successo è perchè hanno sviluppato, e di molto, la loro intuitiva intelligenza. La ragione di questa mia affermazione è questa: "a noi non succede ciò che meritiamo, ma abbiamo quello che ci è conforme"
Complimenti a chi mi ha dato questa opportunità di scrivere ed a facebook

vittorio


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18 Jan 2009, 12:25:34 AM
Aldo Vanzini
thedummy@hotmail.it
IP: 87.82.144.127

Si, proprio meravigliose facce di m, che invece di lavorare, sottraggono tempo lavorativo e di conseguenza una enorme produttività alla aziende per le quali lavorano. Ma hai letto sopra prima di imbrattare?

 

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Dalla redazione de: Il sussidiario.net

Facebook è ormai esploso come fenomeno mondiale, lo sappiamo, e difficilmente si tornerà indietro. È un ottimo modo per tenere contatti con un vasto numero di persone, scambiandosi foto, messaggini, eventualmente per divertirsi facendo test. Ma come tutti i social network e gli strumenti informatici che creano identità virtuali va guardato con il giusto occhio. Ovvero si può cadere ne “L’illusione di avere mille amici online”, come titola l’articolo di Repubblica.

La questione della tecnologia che isola, e di internet che aliena è un tormentone che si sente spesso, e ultimamente è stata riportata a galla dalla sparata sul Sunday Times del vescovo cattolico inglese Vincent Nichols contro il popolare sito e i social network in generale, che porterebbero molti giovani anche a togliersi la vita. «Tra i giovani spesso un fattore chiave nel commettere suicidio è il trauma di una relazione transitoria. Si gettano in un'amicizia o in una rete di amicizie, poi quando questa crolla si ritrovano disperati», ha dichiarato.

Il punto infatti è proprio la tipologia di rapporto che si instaura tra l’utente e colui che questi ha “accettato” come amico su Facebook. Capita spesso (confermo per esperienza personale) che molte tra le amicizie su questo sito siano semplici conoscenze, e che anzi un paio di facce tra i profili amici non si sappia dire dove le si è viste.

Non è difficile dunque credere all’esperimento fatto da Cameron Marlow, sociologo dello stesso Facebook, che ha analizzato per un mese un gruppo di iscritti. Ecco cosa ha osservato: un utente che ha in media un giro di 150 “amici”, avrà rapporti più stretti e continuativi con solo 5 o 7 di essi. E anche se vanta una lista di 500 friends, quelli più contattati saranno 10 o 16.

Dati che paiono accordarsi con quanto sostiene lo scienziato Robin Dunbar, antropologo oxfordiano. Questi ipotizza, a partire da uno studio sul grooming (“spulciamento” reciproco) delle scimmie, che il cervello dell’essere umano non sia fatto per coltivare più di 148 relazioni.

In verità questi studi non sembrano che confermare quanto l’esperienza di ognuno già sa: le relazioni hanno gradi di profondità diverse, e proporzionalmente ci affidiamo ad esse, a meno di non essere degli sprovveduti o degli illusi. Ci sono gli amici di amici, quelli che si vedono una volta e mai più. I colleghi di studio o lavoro, gli amici del mare, e poi i compagni di una vita, a cui raccontiamo sinceramente cosa pensiamo, da cui andiamo a piangere, chiedere consigli, raccontare i nostri amori, con cui ridiamo. E sappiamo che sono “tesori” (come dice l’adagio) che si contano sulle dita di una mano.

Tutte queste relazioni possono avere anche una faccia virtuale, da Facebook, per dire, ma l’occhio di cui si parlava all’inizio consiste proprio nel dare ad ognuna di esse il giusto peso in base a quanto esiste, o si vorrebbe esistesse (per le amicizie nate direttamente dal web) nella realtà
.

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Facebook è una droga non riesco a uscirne
di Gianluca Nicoletti

Tommaso Labranca è un clamoroso caso di dipendenza cronica da Facebook. Si è registrato da sei mesi, non ha un numero esagerato di amici legati al suo profilo, ma quei 380 sono sufficienti a riempire emotivamente e concretamente la sua giornata. «Praticamente sono sempre collegato per tutte le 12 ore utili della mia giornata, pensavo proprio oggi di staccarmi, ma non ce l’ho fatta. Smetterò forse domani». Labranca negli ultimi quindici anni è stato il cantore più appassionato di ogni sublime velleità estetica nella classe media del nostro paese. Dall’analisi del «barocco brianzolo» delle ville della borghesia arricchita alla ricerca di tracce metropolitane del mito di Tony Manero nel suo recente saggio «78.08». Ora in piena esplosione dell’onda burina del socialnetworking lo scrittore è cavia consapevole e vittima sacrificale della sua ricerca.

«Mi sono comprato l’iPhone per essere sempre collegato, la mattina apro gli occhi alle cinque e già dal letto controllo chi mi ha cercato per il rito dell’accettazione durante le poche ore in cui ero off line. Rispondo ai messaggi, pubblico il mio primo pensiero e mi alzo». Già, ma per collegarsi pochissimo dopo con il computer di casa. «Mi piace tenere sotto controllo il livello degli amici». Labranca confessa che l’obbiettivo a cui tende è la connessione continua, così il suo rapporto quotidiano con la fonte della dipendenza assomiglia all’errare di un drogato alla ricerca di pusher, solo che per la crisi d’astinenza a Facebook serve connettività veloce: «Anche adesso sto mandando delle mie foto, tutta la mia giornata lavorativa è scandita dalla ricerca di connessioni wi-fi gratuite. Da casa al lavoro ho una precisa mappa mentale delle zone franche in cui si può addentare una rete non protetta e continuare a mandare segnali di esistenza».

I grandi raduni oceanici di patiti di Facebook naturalmente sono fenomeni di massa che esistono soprattutto perché ne parlino i giornali e la tv. Il vero tossico organizza dei mini eventi personalizzati, i convocati non devono superare la quindicina e il raduno è preceduto da una fase di preparazione on line che risponde a precise liturgie: «Ogni tanto organizzo performance a sorpresa che annuncio con un appuntamento a orario fisso. Chiedo di mandare una foto di quello che contiene il proprio frigorifero. Su operazioni collettive del genere si generano discussioni che possono durare per interi giorni».

Ora Tommaso sta tentando un lungo e faticoso cammino di recupero per uscire dalla sua dipendenza. Sa che per fare questo potrebbe contare su un gran numero di gruppi di aiuto composti da persone con il suo stesso problema, ma purtroppo costoro per condividere il proprio disagio non rinunciano di farlo in Facebook. La sincera volontà di uscirne sembra spesso vacillare sotto il fascino della comunità che segue virtualmente ogni passo della vita reale.

Ora Labranca per rimandare la sua dipartita da Facebook ha inventato l’ennesima scusa, la pubblica al volo mentre parla con me: «Io vorrei fare un libro in cui tante persone ne intervistano una sola: io. Narcisistico, lo so. Ma non mi interessa. Chi vuole essere tra gli intervistatori?». Un’altra dose che forse lo terrà dentro la dipendenza da Facebook ancora per un po’.

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